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Danno morale nella circolazione stradale: è riconosciuto in re ipsa ai parenti della vittima

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Danno morale nella circolazione stradale: è riconosciuto in re ipsa ai parenti della vittima

Si inverte l’onere della prova per quanto riguarda la quantificazione del danno morale ai genitori, fratelli, figli e parenti della vittima da circolazione stradale.

La tesi esposta da parte ricorrente verteva anzitutto sulla liquidazione del danno ai parenti della vittima, di nazionalità rumena, e finalizzata a diversamente quantificare il pretium doloris in funzione della residenza del danneggiato.

Tale tesi viene radicalmente respinta dalla Cassazione, nella sentenza n. 3767 del 15 febbraio 2018. Ivi si argomenta in termini di natura ed entità del fatto illecito. Si legge, invero, che sostenere una tesi del genere significa prestare il fianco ad una logica niente affatto perequativa nell’emisfero del risarcimento del danno: se davvero il risarcimento dovesse variare in funzione della quantità dei beni materiali che, con esso, il creditore può acquistare, si perverrebbe all’assurdo che a parità di sofferenza il risarcimento dovrebbe essere più elevato in tempi di rialzo generalizzato dei prezzi, e più modesto in epoche di stagnazione economica. Si perverrebbe all’assurdo, si legge, che il prodigo andrebbe risarcito più dell’avaro e lo stoico meno dell’epicureo.

Per quanto rileva la prova del danno, sebbene la Cassazione riconosca l’onere a carico della vittima dell’illecito, che deve provare l’esistenza del danno, esclude come il criterio della distanza geografica basti ad escludere la legittimità alla pretesa risarcitoria esperita dalla madre e dai fratelli della vittima rimasti in Romania.

Così, la Corte arriva ad esprimere che nella morte di un prossimo congiunto l’esistenza del rapporto di parentela deve far presumere, secondo l’id quod plerumque accidit, la sofferenza dei familiari superstiti. Salva, in tal modo, la prova della controparte, nella specie l’assicurazione gravata della pretesa risarcitoria, di provare l’esistenza di circostanze concrete dimostrative dell’assenza di un legale effettivo tra la vittima e i superstiti. Tale legame non si spezza sul mero assunto della distanza geografica, va dimostrato che i consanguinei sono rimasti indifferenti, nonostante il rapporto di parentela, dalla morte della vittima.

In merito, in un altro passo della sentenza – archetipo della cultura, non solo giuridica, della nostra Corte – si legge che la semplice lontananza non è circostanza di per sé idonea a far presumere l’indifferenza della madre alla morte del figlio. Anzi, la psicologia insegna che la lontananza, in determinati casi, rafforza i vincoli affettivi, a misura che la mancanza della persona cara acuisce il desiderio di vederla. Lo testimonia altresì la storia con gli esempi di Abelardo ed Eloisa o le lettere dei condannati a morte della Resistenza. Infine, lo testimonia il mito di Ulisse, che conserva l’affetto per Penelope in tutte le sue peripezie.

All’esito di un tale pregiatissimo excursus, la Corte di Cassazione emette il seguente principio di diritto: l’uccisione di una persona fa presumere ex art. 2727 c.c. una conseguente sofferenza morale in capo ai genitori, al coniuge, ai figli o ai fratelli della vittima, a nulla rilevando né che la vittima ed il superstite non convivessero, né che fossero distanti (circostanze, queste ultime, le quali potranno essere valutate ai fini del quantum debeatur). Nei casi suddetti è pertanto onere del convenuto provare che vittima e superstite fossero tra loro indifferenti o in odio, e che di conseguenza la morte della prima non abbia causato pregiudizi non patrimoniali di sorta al secondo.

Consulta la sentenza in esteso.

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