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L’aggravante dell’odio razziale nell’omicidio preterintenzionale

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L’aggravante dell’odio razziale nell’omicidio preterintenzionale

La Corte di Cassazione si è pronunciata in tema di compatibilità dell’aggravante dell’odio razziale con l’attenuante della provocazione in un caso di omicidio preterintenzionale.

Nella sentenza 2630 del 22 gennaio del 2018 si legge che la circostanza aggravante della finalità di discriminazione o di odio etnico, razziale o religioso, è configurabile non solo quando l’azione, per le sue intrinseche caratteristiche e per il contesto in cui si colloca, risulti intenzionalmente diretta a rendere percepibile all’esterno e a suscitare in altri analogo sentimento di odio e comunque a dar luogo, in futuro o nell’immediato, al concreto pericolo di comportamenti discriminatori; ma anche quando essa si rapporti, nell’accezione corrente, ad un pregiudizio manifesto di inferiorità di una sola razza, non avendo alcun rilievo la mozione soggettiva dell’agente.

Così, la pronuncia dimostra di andare in senso contrario rispetto all’orientamento della stessa Corte, laddove i precedenti, invece, avevano ritenuto incompatibile l’attenuante della provocazione con l’aggravante dei futili motivi, in ragione del fatto che non era possibile configurare l’esistenza, nel medesimo soggetto ed al medesimo momento, di stati d’animo diversi e confliggenti che animavano la medesima azione.

All’esito dell’esame del caso la Corte esclude la confliggenza di diversi stati d’animo nei confronti dell’imputato, ulteriormente escluso dal lasso di tempo che è intercorso tra le espressioni razziste pronunciate dallo stesso imputato e la reazione aggressiva della vittima.

Nella parte motiva si legge un interessante specificazione della distinzione accennata: invero, una cosa è la coesistenza nella medesima azione criminosa di stati d’animo contrastanti mentre altra cosa è la coesistenza tra uno stato d’animo che attenui la gravità del fatto e una condotta, destinata a rendere percepibile all’esterno un sentimento d’odio, senza che assuma rilievo la mozione soggettiva dell’agente: il tutto a non voler considerare, secondo quanto affermato dallo stesso ricorrente (v. pagina 6 del ricorso), il lasso di tempo intercorrente tra le espressioni razziste pronunziate dall’imputato e la reazione aggressiva della vittima, che vale a rendere insussistente la pretesa contemporanea coesistenza di situazioni soggettive diverse.

Consulta la sentenza in esteso.

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