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L’assegno divorzile non verrà maggiorato se l’ex coniuge sceglie di dimettersi dal lavoro

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L’assegno divorzile non verrà maggiorato se l’ex coniuge sceglie di dimettersi dal lavoro

La Cassazione, con la sentenza 3015 del 7 febbraio 2018 esclude la maggiorazione dell’assegno divorzile al coniuge che sceglie deliberatamente di dimettersi dal lavoro.

La scelta del tutto personale di rendersi disoccupato, si legge, non può fondare la pretesa di maggiorazione del mantenimento, poiché tali effetti non possono riverberarsi sull’altro coniuge.

Il caso esaminato dalla Corte riguarda la vicenda di una donna che rinuncia alla professione forense, alla quale si era abilitata, per accettare un posto part- time, da cui si è poi dimessa un ventennio prima del raggiungimento dell’età pensionabile. D’altronde, la medesima percepiva un reddito proveniente dalla proprietà di un terreno e di un appartamento che aveva locato.

Il ragionamento della Corte d’Appello, valorizzato dalla Corte di Cassazione, si basa sull’assunto fattuale della breve durata del matrimonio, oltre che sul principio di diritto per cui il criterio del contributo personale ed economico alla famiglia vada provato dal richiedente. Infatti, la conservazione del tenore di vita matrimoniale non costituisce più un parametro di riferimento utilizzabile né ai fini del giudizio sull’an debeatur né di quello sul quantum debeatur, la cui determinazione è finalizzata a consentire all’ex coniuge il raggiungimento dell’indipendenza economica.

In materia di assegno divorzile, peraltro, si ricorda la pronuncia Grilli n. 11504 del 10 maggio scorso, ove si bandisce definitivamente il tenore di vita quale parametro di riferimento per l’importo dell’assegno. Ora, pertanto, il limite viene stabilito nel raggiungimento o meno dell’autosufficienza economica.

Ed infatti la Corte dimostra di aver fatto proprio l’orientamento, laddove afferma che a giustificare l’attribuzione dell’assegno non è, quindi, di per sé, lo squilibrio o il divario tra le condizioni reddituali delle parti, all’epoca del divorzio, né il peggioramento delle condizioni del coniuge richiedente, ma la mancanza della “indipendenza o autosufficienza economica”, intesa come impossibilità di condurre con i propri mezzi un’esistenza economicamente autonoma e dignitosa.

Per gli effetti di questa rivoluzionaria pronuncia, pertanto, la Corte spiega che il giudice della remissione dovrà considerare i bisogni del richiedente come persona singola e con riguardo al contesto sociale di inserimento, non più come ex coniuge.

Anche per quanto riguarda l’assegnazione della casa familiare, la Corte blocca la pretesa della ricorrente motivando che la figlia della coppia era ormai maggiorenne, mentre l’assegnazione richiede due requisiti: la presenza di figli non economicamente autosufficienti ed ancora conviventi con i genitori

Consulta la sentenza in esteso.

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