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SOLUZIONE TRACCIA ATTO PENALE

Formazione Giuridica > SOLUZIONE TRACCIA ATTO PENALE

Atto in materia di diritto penale 

 

N.Z.: in materia di eccesso colposo si veda lo schema n. 7 relativo all’unità n. 3

N.Z.: in materia di recidiva si veda la parte dedicata a tale istituto nel manuale metodologico da pag. 92, il file 4 unità 0   nonché nel libro atti: atto n. 10 – Cattivi per convinzione

All’uscita di una discoteca Tizio, già condannato con sentenze irrevocabili per i delitti di rapina aggravata commessa nel 2009 e di furto commesso nel 2015, urta involontariamente Caio che, per tutta risposta, reagisce colpendolo al viso. Ne nasce tra i due una violenta colluttazione nel corso della quale Tizio, afferrato all’improvviso un tubo di ferro rinvenuto casualmente a terra, colpisce Caio più volte alla testa. Caio si accascia a terra privo di sensi, cominciando a perdere molto sangue, mentre Tizio si allontana per andarsi a sedere poco più in là.

Trasportati entrambi al più vicino nosocomio, mentre a Tizio vengono diagnosticate plurime ecchimosi a Caio vengono diagnosticate, oltre a plurime ecchimosi, anche una ferita lacero contusa alla regione temporale sinistra nonché la frattura dell’avambraccio destro e del setto nasale, con prognosi riservata.

Sottoposto a procedimento penale, Tizio viene condannato per il delitto di tentato omicidio con recidiva specifica reiterata infraquinquennale, alla pena di anni 15 di reclusione, così ottenuta: pena base anni 9, aumentata di anni 6 per la recidiva.

Il candidato assunte le vesti del legale di Tizio, rediga l’atto di appello avverso la citata sentenza di condanna.     

   

Riferimenti normativi:

Art. 56 c.p.

Art. 575 c.p.

Art. 589 c.p.

Art. 99 c.p.

 

Giurisprudenza rilevante:

IN TEMA DI RAPPORTO TRA TENTATO OMICIDIO E LESIONI PERSONALI

Tribunale Bari, sez. I, 24/03/2017,  n. 1273:Al fine di distinguere il reato di lesione personale da quello di tentato omicidio, occorre considerare il diverso atteggiamento psicologico del soggetto agente, nonché la differente potenzialità dell’azione lesiva, desumibili dall’idoneità dell’arma impiegata e dalle modalità dell’atto lesivo. La valutazione deve avvenire ex ante, ovvero valutando le potenzialità omicidiarie o meno della condotta e non i risultati lesivi conseguiti. Ciò in quanto se l’accertamento si fondasse solo sul tipo di lesioni provocate, non sussisterebbe mai un tentato omicidio, dovendosi configurare il reato di omicidio in caso di morte della vittima o quello di lesioni in caso di mancato decesso. La scarsa entità delle lesioni provocate alla vittima non è, cioè, una circostanza idonea a escludere di per sé l’intenzione omicida, essendo imputabili anche a fattori indipendenti dalla volontà dell’agente, come un imprevisto movimento della vittima, un errato calcolo della distanza o una mira non precisa. Nel caso di specie, è stato ritenuto integrato il delitto di tentato omicidio nei confronti di un uomo che aveva colpito con un bastone di ferro più volte la vittima al cranio”.

Cassazione penale, sez. I, 16/11/2016,  n. 4909:Il reato di tentato omicidio si distingue da quello di lesioni personali per il diverso atteggiamento psicologico dell’agente, nonché per la differente portata lesiva dell’azione, che deve essere valutata in base alla parte del corpo attinta dall’azione, all’idoneità dell’arma impiegata e alle modalità utilizzate dall’agente. Sotto questo profilo, peraltro, la scarsa entità (o anche l’inesistenza) delle lesioni provocate alla persona offesa non sono circostanze idonee a escludere di per sé l’intenzione omicida, in quanto possono essere rapportabili anche a fattori indipendenti dalla volontà dell’agente, come un imprevisto movimento della vittima, un errato calcolo della distanza o una mira non precisa”.

IN TEMA DI RECIDIVA:

Cassazione penale, sez. III, 04/07/2017,  n. 39550:Perché possa configurarsi la recidiva reiterata aggravata, occorre che il nuovo reato sia commesso dopo che le precedenti condanne siano divenute irrevocabili, in quanto l’autore del nuovo crimine deve essere in condizione di conoscere tutte le conseguenze penali che ne derivano e, quindi, anche il proprio “status” di recidivo reiterato”.

Cassazione penale, sez. VI, 18/01/2017,  n. 10527:Ai fini dell’applicabilità dell’aumento di pena in caso di recidiva è richiesta una relazione qualificata tra i precedenti del reo ed il nuovo illecito. Tale relazione deve derivare necessariamente da un accertamento condotto in concreto su quelli che sono i parametri rivelatori sia della personalità del reo che del grado di colpevolezza”.

Cassazione penale, sez. III, 16/11/2016,  n. 33299:Ai fini della rilevazione della recidiva, intesa quale elemento sintomatico di un’accentuata pericolosità sociale del prevenuto, e non come fattore meramente descrittivo dell’esistenza di precedenti penali per delitto a carico dell’imputato, la valutazione del giudice non può fondarsi esclusivamente sulla gravità dei fatti e sull’ arco temporale in cui questi risultano consumati, essendo egli tenuto ad esaminare in concreto, in base ai criteri di cui all’art. 133 cod. pen., il rapporto esistente tra il fatto per cui si procede e le precedenti condanne, verificando se ed in quale misura la pregressa condotta criminosa sia indicativa di una perdurante inclinazione al delitto che abbia influito quale fattore criminogeno per la commissione del reato “sub iudice”.

Cassazione penale, sez. un., 27/05/2010,  n. 35738: “La recidiva, operando come circostanza aggravante inerente alla persona del colpevole, va obbligatoriamente contestata dal p.m., in ossequio al principio del contraddittorio, ma può non essere ritenuta configurabile dal giudice, a meno che non si tratti dell’ipotesi di recidiva reiterata prevista dall’art. 99 comma 5 c.p., nel qual caso va anche obbligatoriamente applicata. (Nell’enunciare tale principio, la Corte ha precisato che, in presenza di contestazione della recidiva a norma di uno dei primi quattro commi dell’art. 99 c.p., è compito del giudice quello di verificare in concreto se la reiterazione dell’illecito sia sintomo effettivo di riprovevolezza della condotta e di pericolosità del suo autore, avuto riguardo alla natura dei reati, al tipo di devianza di cui essi sono il segno, alla qualità e al grado di offensività dei comportamenti, alla distanza temporale tra i fatti e al livello di omogeneità esistente tra loro, all’eventuale occasionalità della ricaduta e a ogni altro parametro individualizzante significativo della personalità del reo e del grado di colpevolezza, al di là del mero e indifferenziato riscontro formale dell’esistenza di precedenti penali)”.

È compito del giudice, quando la contestazione concerna una delle ipotesi contemplate dall’art. 99 c.p., primi quattro commi e quindi anche nei casi di recidiva reiterata (rimane esclusa, l’ipotesi “obbligatoria” del comma 5), quello di verificare in concreto se la reiterazione dell’illecito sia effettivo sintomo di riprovevolezza e pericolosità, tenendo conto, della natura dei reati, del tipo di devianza di cui sono il segno, della qualità dei comportamenti, del margine di offensività delle condotte, della distanza temporale e del livello di omogeneità esistente fra loro, dell’eventuale occasionalità della ricaduta e di ogni altro possibile parametro individualizzante significativo della personalità del reo e del grado di colpevolezza, al di là del mero ed indifferenziato riscontro formale dell’esistenza di precedenti penali. All’esito di tale verifica al giudice è consentito negare la rilevanza aggravatrice della recidiva ed escludere la circostanza, non irrogando il relativo aumento della sanzione: la recidiva opera infatti nell’ordinamento quale circostanza aggravante (inerente alla persona del colpevole: art. 70 c.p.), che come tale deve essere obbligatoriamente contestata dal p.m. in ossequio al principio del contraddittorio, ma di cui è facoltativa (tranne l’eccezione di cui al comma 5) l’applicazione, secondo l’unica interpretazione compatibile con i principi costituzionali in materia di pena”.

 

 

Svolgimento

 

 

Ecc. ma Corte di Appello di __

Per il tramite della Spett.le Cancelleria dell’On. Tribunale di __

ATTO DI APPELLO E CONTESTUALI MOTIVI

 

Il sottoscritto Avv.____ del Foro di_____, difensore di fiducia, giusta nomina stesa in calce al presente atto, del Sig. Tizio, nato a____ il_____, ivi residente alla via____, condannato nel procedimento penale n.____ R.G.N.R., n.____ R.G. Dib., alla pena di anni quindici di reclusione oltre alle spese processuali per il reato p. e p. dagli artt. 56, 575 e 99 c.p. dalla sentenza n._____ R.G. Sent. pronunciata dal Tribunale di____ in Composizione Collegiale in data____, con motivazione contestuale,

nella spiegata qualità e nell’interesse del predetto imputato dichiara di proporre

APPELLO

avverso la suindicata sentenza con specifico riferimento alla condanna di Tizio in rapporto all’unico capo d’imputazione contestato ed in relazione ai seguenti punti della stessa:

– qualificazione giuridica del fatto;

– accertamento di circostanze del reato, in particolare della recidiva;

– determinazione della pena.

Si enunciano a sostegno della presente impugnazione i seguenti

MOTIVI

I) Derubricazione del fatto reato dalla fattispecie di tentato omicidio a quella di lesioni personali ex 582 c.p.

Il giudice di prime cure riteneva provata, al di là di ogni ragionevole dubbio, la penale responsabilità di Tizio in ordine al reato allo stesso ascritto, a tale conclusione esso giungeva attribuendo alla condotta posta in essere dal ridetto prevenuto una qualificazione giuridica non condivisibile e che, come tale, è resa oggetto di doglianza per mezzo della presente impugnazione.

A tal riguardo, pare anzitutto necessario evidenziare come il contegno criminoso contestato a Tizio generasse da una circostanza del tutto involontaria e fortuita, ovverosia l’involontario urto di questi con l’odierna persona offesa. Da tale semplice accadimento Caio, per primo e volontariamente, reagiva in maniera violenta, colpendo al viso l’imputato. Ne nasceva, dunque, un parapiglia tra i due da cui scaturivano lesioni personali tanto in capo a Caio quanto a Tizio a cui, è bene evidenziarlo, venivano diagnosticate plurime ecchimosi.

L’accaduto veniva ricondotta, prima dal Pubblico Ministero e poi dal Giudice di prime cure, nell’alveo applicativo del combinato disposto degli artt. 56 e 575 c.p., configurando in capo al prevenuto la fattispecie autonoma di tentato omicidio volontario.

Sennonché, siffatta qualificazione giuridica non tiene in dovuta considerazione l’insussistenza dell’elemento soggettivo di carattere doloso richiesto ai fini della configurazione del tentato omicidio (con riferimento al quale il dolo eventuale è incompatibile con il delitto tentato) in favore di quello (anche solo dolo eventuale) richiesto per l’integrazione delle lesioni volontarie. Invero, si è affermato recentemente nella giurisprudenza di merito (Tribunale Bari, sez. I, 24/03/2017,  n. 1273) come al fine di distinguere il reato di lesione personale da quello di tentato omicidio, occorra considerare il diverso atteggiamento psicologico del soggetto agente, nonché la differente potenzialità dell’azione lesiva, desumibili dall’idoneità dell’arma impiegata e dalle modalità dell’atto lesivo. La relativa valutazione deve avvenire ex ante, ovvero valutando le potenzialità omicidiarie o meno della condotta e non i risultati lesivi conseguiti. Viceversa, si è ritenuto che allorché l’accertamento si fondi solo sul tipo di lesioni provocate, non sussisterebbe mai un tentato omicidio, dovendosi configurare il reato di omicidio in caso di morte della vittima o quello di lesioni in caso di mancato decesso. La scarsa entità delle lesioni provocate alla vittima non rappresenta, allora, una circostanza idonea a escludere di per sé l’intenzione omicida, essendo imputabili anche a fattori indipendenti dalla volontà dell’agente, come un imprevisto movimento della vittima, un errato calcolo della distanza o una mira non precisa. Ancora, pare opportuno richiamare altresì come, dal punto di vista della giurisprudenza di legittimità (Cassazione penale, sez. I, 16/11/2016,  n. 4909 nonché Cassazione penale, sez. I, 11/06/2014, n. 28231), il reato di tentato omicidio si distingua da quello di lesioni personali per il diverso atteggiamento psicologico dell’agente, nonché per la differente portata lesiva dell’azione, che deve essere valutata in base alla parte del corpo attinta dall’azione, all’idoneità dell’arma impiegata e alle modalità utilizzate dall’agente. Sotto questo profilo, peraltro, la scarsa entità (o anche l’inesistenza) delle lesioni provocate alla persona offesa non sono circostanze idonee a escludere di per sé l’intenzione omicida, in quanto possono essere rapportabili anche a fattori indipendenti dalla volontà dell’agente, come un imprevisto movimento della vittima, un errato calcolo della distanza o una mira non precisa.

Dunque, alla luce dell’opzione ermeneutica espressa, risulta chiaro come nel caso di specie si debba operare la derubricazione da tentato omicidio a mere lesioni personali giacché Tizio utilizzava un’arma (“un tubo di ferro”) sicuramente non idonea ad uccidere l’aggressore, peraltro nonostante questi abbia attinto quest’ultimo “più volte alla testa” le lesioni che successivamente venivano riscontrate in capo a Caio, in particolare la frattura al braccio incompatibile con i colpi inferti alla testa, non risultano univocamente dirette ad uccidere il soggetto passivo del reato. Infine, anche le modalità utilizzate dall’agente sembrano indicative più della sussistenza di un elemento soggettivo riconducibile all’accettazione del rischio morte e, dunque, ad un’ipotesi di dolo eventuale, piuttosto che di uno inquadrabile nella categoria, viceversa compatibile con un’imputazione a titolo di tentato omicidio,  del dolo alternativo.

In conclusione, la condotta in concreto realizzata dal soggetto agente pare erroneamente qualificata quale tentato omicidio giacché più correttamente avrebbe dovuto essere ricondotta nell’alveo applicativo delle lesioni personali disciplinate dal combinato disposto degli artt. 582 e 583 c.p. Tizio, invero, non aveva alcuna intenzione di uccidere Caio bensì semplicemente di reagire ad una vicendevole illecita aggressione subita, dunque, manca del tutto quell’animus necandi necessario alla configurazione anche solo del reato di tentato omicidio. Ne consegue che il delitto contestato all’odierno imputato debba essere derubricato nella più lieve fattispecie di cui ai già richiamati artt. 582 e 583 c.p. rideterminando, dunque, la pena al medesimo in concreto inflitta.

II) Erroneo riconoscimento della recidica specifica, reiterata e infraquinquennale con conseguente rideterminazione del trattamento sanzionatorio inflitto, in ogni caso, eccessività del trattamento sanzionatorio.

Oltre a quanto espresso al precedente motivo di gravame, il Giudice di prime cure errava altresì nel riconoscere come sussistente in capo a Tizio la contestata circostanza aggravante della recidiva reiterata specifica e infraquinquennale di cui al quinto comma dell’art. 99 c.p. (in effetti l’omicidio, anche nella sua forma tentata, rientra tra i reati previsti dall’art. 407, comma secondo, lett. a), n. 2 c.p.p. a cui detto precetto rinvia espressamente), considerando, a tal riguardo, unicamente i precedenti a carico del reo così come risultanti dal relativo certificato penale.

Invero, l’istituto della recidiva prevista dall’art. 99 c.p. ebbe a subire una profonda interpolazione ad opera della legge 251/2005; questa volle inasprire grandemente la risposta punitiva nei confronti di coloro che variamente “ricadevano” nel reato qualora fossero già stati in precedenza condannati.

Detto intervento normativo comportava il riaffiorare di un dibattito dottrinale e giurisprudenziale circa la natura giuridica da attribuire all’istituto della recidiva comportante un aumento di pena superiore ad un terzo giacché si registravano, in merito, posizioni contrastanti.

Secondo un primo indirizzo, che valorizzava esclusivamente l’interpretazione letterale dell’art. 70, comma 2, c.p., siffatto genere di recidiva rappresentava esclusivamente una circostanza inerente alla persona del colpevole e non una circostanza aggravante ad effetto speciale.

Viceversa, secondo un diverso orientamento, la recidiva che determinasse un aumento di pena superiore ad un terzo costituiva una circostanza aggravante ad effetto speciale.

Il descritto contrasto ermeneutico veniva da ultimo risolto dalle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione, le quali con la sentenza n. 20798 del 24.02.2011 aderivano senza remore alla concezione della recidiva quale circostanza pertinente al reato fondata su di un accertamento, nel caso concreto, di una relazione qualificata tra lo status soggettivo del reo e il fatto-reato; siffatta relazione deve risultare sintomatica, alla luce della tipologia dei reati pregressi e all’epoca della loro consumazione, sia sul piano della colpevolezza che su quello della pericolosità sociale. In coerenza con tale impostazione quel Supremo Consesso riteneva che, in particolare, la recidiva reiterata (art. 99, comma quarto, c.p.) fosse una circostanza facoltativa nell’an e vincolata nel quantum. Tale lettura della norma imponeva, conseguentemente, il ripudio di qualsiasi automatismo. Si escludeva, dunque, la sussistenza di qualunque presunzione circa la relazione qualificata tra status della persona (con precedenti) e reato commesso.

La matrice di tale orientamento andava ricercata in una decisione della Corte Costituzionale (sent. n. 192 del 2007), poi seguita da molte altre analoghe pronunce, che escludeva la conformità ai principi costituzionali di una lettura dell’art. 99 c.p. basata su qualsiasi forma di automatismo. Tant’è che, in ossequio alla ridetta interpretazione, recentemente il Giudice delle leggi interveniva nuovamente sull’articolo da ultimo citato con la sentenza Corte Cost., n. 185 del 23 luglio 2015. Con essa la Consulta dichiarava l’illegittimità costituzionale dell’art. 99, comma V, c.p. limitatamente alle parole “è obbligatoria e”, in questo modo eliminando dall’applicazione dei diversi tipi di recidiva qualsivoglia restante automatismo e divenendo così anche la recidiva reiterata qualificata obbligatoria esclusivamente nel quantum di aumento di pena, non nell’applicazione al caso concreto. Il giudice, anche in caso di commissione di uno dei gravi reati elencati nell’art. 407, comma 2, lett. a), c.p.p. non può dunque basarsi esclusivamente sul titolo del reato commesso, ma ha il dovere di accertare se, in concreto, la reiterazione del delitto sia espressione di più accentuata capacità a delinquere del reo.

Di tal ché, la valutazione circa la sussistenza della recidiva non riguarda l’astratta pericolosità del soggetto o un suo status personale svincolato dal fatto reato. La sua applicazione quale circostanza aggravante postula, piuttosto, la valutazione della gravità della condotta illecita commisurata alla maggiore attitudine a delinquere manifestata dal soggetto agente, idonea ad incidere sulla risposta punitiva quale aspetto della colpevolezza e della capacità di commissione di ulteriori reati; dunque, è soltanto nell’ambito di una relazione qualificata tra i precedenti del reo e il nuovo illecito da questi commesso che deve essere concretamente significativo – in rapporto alla natura e al tempo di commissione dei precedenti nonché avuto riguardo ai parametri indicati dall’art. 133 c.p. – sotto il profilo della più accentuata colpevolezza e della maggiore pericolosità del reo.

Pertanto, la recidiva reiterata di cui all’art. 99, quinto comma, c.p., opera quale circostanza aggravante facoltativa, nel senso che è consentito al giudice escluderla ove non la ritenga in concreto espressione di maggior colpevolezza o pericolosità sociale del reo; l’esclusione di tale aggravante determina la sua ininfluenza non solo sulla determinazione della pena ma anche sugli ulteriori effetti commisurativi della sanzione costituiti dal divieto del giudizio di prevalenza delle circostanze attenuanti di cui all’art. 69, quarto comma, c.p., dal limite minimo di aumento della pena per il cumulo formale di cui all’art. 81, quarto comma, c.p., dall’inibizione all’accesso al “patteggiamento allargato” di cui all’art. 444, co.1bis, c.p.p.  Nell’enunciare tale principio, la giurisprudenza richiamata precisava che, in presenza di contestazione della recidiva a norma di uno dei primi quattro commi dell’art. 99 c.p., è compito del giudice quello di verificare in concreto se la reiterazione dell’illecito sia sintomo effettivo di riprovevolezza della condotta e di pericolosità del suo autore, avuto riguardo alla natura dei reati, al tipo di devianza di cui essi sono il segno, alla qualità e al grado di offensività dei comportamenti, alla distanza temporale tra i fatti e al livello di omogeneità esistente tra loro, all’eventuale occasionalità della ricaduta e a ogni altro parametro individualizzante significativo della personalità del reo e del grado di colpevolezza, al di là del mero e indifferenziato riscontro formale dell’esistenza di precedenti penali. Principi, quelli espressi, all’oggi pacificamente applicabili anche all’ipotesi di recidiva prevista dal quinto comma della disposizione codicistica in parola.

Alla luce di quanto espresso pare erroneamente applicata all’odierno prevenuto la recidiva prevista dall’art. 99, quinto comma, c.p. In effetti, il mero dato oggettivo della presenza di precedenti specifici non risulta di per sé indicativo della sussistenza di quella relazione qualificata testé descritta e richiamata. Di contro, in punto alla non specificità dei precedenti penali del prevenuto, il contegno tenuto da Tizio posto in essere non volontariamente bensì giacché “spinto” alla reazione violenta da una precedente patita aggressione ad opera di Caio nonché la distanza tra i precedenti e l’odierno fatto reato, conduce a ritenere non integrata la ridetta relazione. In altri termini, la condotta contestata a Tizio  così come concretizzatosi nel caso di specie in uno con i suoi illeciti pregressi, non parrebbe indice di una maggiore colpevolezza ovvero di una peculiare proclività al delitto di Tizio, sicché nel suo caso è possibile escludersi l’applicazione della contestata recidiva [N.Z. in materia di recidiva si veda la parte dedicata a tali istituto nel manuale metodologico a pag. 92 , nel file 4 lezione 0 nonché nel libro atti, atto n. 10 – Cattivi per convinzione].

In conclusione, alla luce delle argomentazioni proposte la sentenza di primo grado dovrebbe essere riformata escludendo l’applicazione al prevenuto della circostanza aggravante della recidiva la quale oggi non risulta più obbligatoria e, per l’effetto, rideterminare coerentemente il trattamento sanzionatorio in concreto irrogato.

In via del tutto subordinata rispetto alle richieste anzidette si rileva, in ogni caso, l’eccessività della pena inflitta al termine del primo grado di giudizio stante il contesto e la genesi delle lesioni inflitte dall’imputato al soggetto passivo e, pertanto, si insta affinché venga in ogni caso rideterminato il trattamento sanzionatorio di cui alla sentenza di primo grado in misura coincidente ovvero comunque maggiormente prossima al limite edittale.

Per quanto sopra esposto, con riserva di meglio specificare i motivi testé enunciati ovvero di proporne di nuovi anche attraverso memoria defensionale, il sottoscritto difensore rassegna le seguenti

CONCLUSIONI

Voglia l’Ecc. ma Corte d’Appello adita, in accoglimento delle doglianze esposte, riformare l’impugnata sentenza del Tribunale di _____e, per l’effetto,

– in via principale, riqualificare il fatto reato quale lesione personale ex artt. 582 e 583 c.p. con conseguente rideterminazione del trattamento sanzionatorio in misura più favorevole al reo;

– inoltre, sempre in via principale, escludere comunque l’applicazione al prevenuto della circostanza aggravante della recidiva ex art. 99, comma 4, c.p.;

– in ogni caso, riformare la pena comminata applicandola in misura comunque più favorevole al reo.

Luogo e data.

Avv. ___________

NOMINA A DIFENSORE DI FIDUCIA

Il sottoscritto Sig. Tizio, nato a ____, il ______, ivi residente alla via ___, imputato come in atti nel summenzionato procedimento penale nomina quale difensore di fiducia l’Avv.____ del Foro di_____, cui conferisce ogni e più ampia facoltà da legge prevista.

Dichiara, altresì, di essere stata informata delle caratteristiche e dell’importanza dell’incarico, delle attività da espletare, delle iniziative ed ipotesi di soluzione, della prevedibile durata della procedura nonché di aver ricevuto tutte le informazioni utili circa gli oneri ipotizzabili dal momento del conferimento sino alla conclusione dell’incarico; inoltre, dichiara di aver ricevuto un preventivo scritto relativo alla prevedibile misura del costo della prestazione, distinguendo tra oneri, spese, anche forfettarie e compenso professionale.

Sono stati resi noti gli estremi della polizza assicurativa.

Dichiara, infine, di eleggere domicilio ai fini e per gli effetti del presente procedimento presso e nello studio del predetto difensore.

In fede.

Tizio

È autentica

Avv.______

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