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SOLUZIONE TRACCIA 2 PARERE PENALE

Formazione Giuridica > Soluzioni Esame Avvocato 2017 > SOLUZIONE TRACCIA 2 PARERE PENALE

TRACCIA N. 2 – L’ACROBATA / LA TAVERNA DEI LORDS

(vedi Soluzione traccia Variazioni Acrobata/ La taverna dei Lords file 1.1 lezione 5 penale; si veda inoltre video lezione 5 penale- Furto.)

Tizio, dopo aver lungamente osservato le abitudini del pensionato Mevio, di anni 75 (1), un giorno lo avvicina mentre questi sta rientrando a casa spacciandosi per un amico di vecchia data del di lui figlio Caio e, captandone in tal modo la fiducia, lo convince a consentirgli di entrare nell’appartamento (2). Qui, rappresentando di vantare un credito di euro 500 nei confronti di Caio, di trovarsi in momentanee ristrettezze economiche e di essere pertanto intenzionato ad agire in giudizio nei confronti del predetto per ottenere la soddisfazione del proprio credito (3), Tizio convince Mevio a consegnargli tale somma (4); inoltre, approfittando di una momentanea distrazione di Mevio (5), fruga in un cassetto del soggiorno e si impossessa della ulteriore somma di euro 300 ivi rinvenuta (6), dandosi poi alla fuga. Nell’uscire Tizio si accorge della presenza di telecamere di sicurezza nel palazzo (7) e teme di essere in tal modo identificato, essendo pluripregiudicato per reati specifici (8): decide dunque di recarsi dal proprio legale per un consulto. Il candidato, assunte le vesti del legale di Tizio, rediga motivato parere individuando i reati configurabili nel caso di specie e la relativa disciplina, anche in ordine alla procedibilità (9) dell’azione penale e alla possibilità di applicazione di misura cautelare (10).

 

Riferimenti normativi:

Art. 624-bis c.p.

Art. 625, n.  4), c.p.

Art.640 c.p.

Art. 61 n.5 c.p.

Art. 99 c.p.

Svolgimento

Incipit – Il caso in esame impone di valutare l’evoluzione normativa del delitto di furto, con particolare riferimento al delitto di furto in abitazione ed alla circostanza aggravante della destrezza.

D1. Il furto in abitazione è stato oggetto di una rilevante modifica normativa ad opera della l. 128 del 2001 che ha novellato il codice penale introducendo un inedito art.624 bis c.p., che disciplina  il furto in abitazione e il furto con strappo. Tali figure, in precedenza, erano contemplate, nel n.1 e nell’ultima parte del n.4 dell’art.625 c.p., quali circostanze aggravanti del furto semplice, come tali risultavano bilanciabili art.69 c.p. in presenza di circostanze eterogenee.

A fronte dell’espressa indicazione della rubrica dell’art.624bis c.p., che richiama il furto “in abitazione”, il precetto dello stesso articolo si riferisce ad una sottrazione avvenuta “in privata dimora o nelle pertinenze di essa”, un concetto più ampio di quello di semplice abitazione che parrebbe ricomprendere tutti i luoghi non pubblici nei quali le persone si trattengano per compiere, anche in modo transitorio e contingente, atti della vita privata.

Gli elementi identificativi del luogo di privata dimora sarebbero due: uno di carattere strutturale, ossia la possibilità di inibire l’accesso al luogo da parte di soggetti terzi, e, uno, di carattere funzionale id est la sua natura privata, tanto che in esso sarebbe possibile compiere atti della vita personale quali non solo quelli della vita intima e familiare bensì anche quelli inerenti l’attività lavorativa o professionale.

Nel corso degli anni, in un’ottica di ampliamento della portata precettiva, è stata attribuita rilevanza ad elementi fattuali meramente eventuali, quali la chiusura o meno al pubblico di un esercizio commerciale, l’orario notturno ovvero diurno degli accadimenti, la presenza all’interno del medesimo di qualcuno che stesse effettivamente svolgendo attività professionale. Tali indicazioni, intermittenti e contraddittorie, hanno tradito l’intento del legislatore, il quale individuava la ratio dell’elemento di cui trattasi nella necessità di tutelare maggiormente determinati luoghi in cui stabilmente si svolgono atti della vita privata, determinando il recente intervento della Cassazione a Sezioni Unite (n. 31345 del 2017) che ha chiarito come l’elemento della privata dimora sia costituito da tre indefettibili elementi. Anzitutto, il luogo deve essere utilizzato in modo riservato per atti della vita privata, nei quali rientrano quelli legati alla vita professionale; in seconda battuta, deve sussistere tra il soggetto ed il luogo stesso una relazione in termini di stabilità e non di mera occasionalità. Infine, che il luogo deputato a siffatta tipologia di attività non risulti accessibile a terzi senza il consenso del titolare.  In relazione ai luoghi di lavoro l’art. 624-bis c.p. sarà estensibile soltanto se essi presentino le caratteristiche proprie dell’abitazione ovverosia se in essi, o in parte di essi, il soggetto compia atti della vita privata in modo riservato e precludendo l’accesso a terzi, ad esempio retrobottega, bagni privati o spogliatoi, area riservata di uno studio professionale o di uno stabilimento.

f. Nel caso di specie Tizio, spacciandosi per amico del figlio, convince Mevio a consentirgli l’accesso al proprio appartamento. In tale ambiente, con artifici e raggiri, induce l’anziano a consegnargli 500 euro, inoltre, approfittando di una momentanea distrazione di quest’ultimo, si impossessa della somma di euro 300.

D2/F/G Nel caso di specie e alla luce degli elementi richiamati, la condotta posta in essere ricade pienamente nello spettro applicativo dell’art.624-bis c.p., in quanto l’autore si è introdotto nella privata abitazione di Mevio e a nulla rileva il consenso di quest’ultimo, carpito da Tizio con l’ingannevole dichiarazione di essere un amico di vecchia data del figlio della vittima. La fattispecie incriminatrice dettata dall’art.624-bis c.p., infatti, nella struttura del reato complesso, rimanda alla condotta di violazione di domicilio sanzionata dall’art.614 c.p., che riguarda anche comportamenti di introduzione nell’altrui dimora “realizzati con l’inganno”.

Residua invece da valutare se Tizio debba rispondere alla luce della più grave previsione del terzo comma dell’art.624-bis c.p., nel rimando espresso da quest’ultimo articolo alle aggravanti dell’art.625, in particolare, dell’aggravante della destrezza di cui all’art.625, n.4, c.p.

Tizio si introduceva con l’inganno nell’abitazione della persona offesa, ma una volta all’interno non poneva in essere alcuna ulteriore condotta caratterizzata da particolare astuzia o avvedutezza, idonea a sorprendere, attenuare o eludere il controllo sui beni sottratti da parte del legittimo possessore. Tizio, per vero, si limitava unicamente a sfruttare un momento di distrazione della ridetta persona offesa, non intenzionalmente provocato, per frugare in un cassetto e sottrarre da quest’ultimo 300 euro.

Tale condotta, pur se facilitata dall’altrui disattenzione si deve ritenere che non possa configurare un furto con destrezza, nel solco tracciato, da ultimo, dalle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione (n. 34090 del 2017).

Un primo risalente indirizzo riconosceva la circostanza aggravante di cui trattasi in ogni situazione in cui l’agente avesse colto un’occasione favorevole alla realizzazione dell’illecito impossessamento del bene altrui, inclusa la momentanea sospensione del controllo sul bene da parte della persona offesa dal reato; non risulterebbe allora necessario l’utilizzo di doti eccezionali applicate alla condotta sottrattiva e tali da impedire al derubato di averne comunque contezza.

La linea interpretativa opposta, alla quale hanno aderito le Sezioni Unite, esclude invece la destrezza nella condotta di chi si avvalga di un momento di distrazione o del temporaneo allontanamento dal bene del suo detentore, in entrambi i casi non provocato dall’attività dell’autore del furto, giacché l’azione non presenta alcun tratto di abilità esecutiva o scaltrezza nell’elusione del controllo dell’avente diritto, ma al più l’audacia e la temerarietà di sfidare il rischio di essere sorpresi.

Nel caso in esame non è dato ravvisare alcuna interdipendenza tra abilità dell’agente e la sorveglianza della persona offesa sulla res; legame che attribuisce concretezza ed oggettività alla fattispecie circostanziale di cui trattasi, giustificando l’innalzamento sanzionatorio conseguente al suo riconoscimento. La condotta di Tizio, infatti, non risulta avere determinato le condizioni favorevoli alla sottrazione; l’agente si è limitato a percepirle nella realtà fenomenica a lui esterna ed a volgerle a proprio favore, inserendovi la propria azione appropriativa del bene altrui.

Alla luce di quanto osservato deve pertanto escludersi che la condotta di Tizio possa configurare un furto in abitazione aggravato dalla destrezza.

La più grave previsione del terzo comma dell’art.624-bis c.p. parrebbe in ogni caso integrata in relazione all’aggravante comune della minorata difesa di cui all’art.61, n.5, c.p. Nel caso concreto la condotta è stata posta in essere nei confronti di un pensionato di 75 anni, in un contesto nel quale risulta evidente l’approfittamento di una mancanza di lucidità della vittima rispetto a criteri di normalità. Del resto l’art.1 della legge 94 del 2009, nel modificare lo stesso art.61, n.5 c.p. ha esplicitato la rilevanza dell’età della persona offesa quale situazione idonea ad ostacolarne la difesa.

Ne consegue la responsabilità di Tizio, in relazione all’aggravante della minorata difesa di cui all’art.61, n.5, ai sensi dell’art. 624-bis, III, c.p., dal quale discende la  possibilità di disporre il fermo dell’autore del reato.

D3 Tizio, inoltre, risulta aver posto in essere, con riferimento alla medesima aggravante, anche il delitto di truffa nei confronti dell’anziano. A differenza del furto, che integra un delitto di aggressione unilaterale, la truffa rappresenta un delitto a cooperazione artificiosa della vittima, in quanto il soggetto è indotto a compiere l’atto dispositivo a causa degli artifici o dei raggiri dell’agente, con ingiusto profitto di quest’ultimo.

La condotta è integrata da ogni ragionamento menzognero destinato a convincere, idoneo a far apparire come vera la falsità prospettata. Nel caso concreto, la menzognera dichiarazione di Tizio di essere amico del figlio di Mevio e di vantare un credito esercitabile giudizialmente di 500 euro nei confronti di quest’ultimo, corredata da una maggiore vulnerabilità della vittima connessa all’età, ha avuto l’effetto di trarre in errore il soggetto passivo. Quest’ultimo, persuaso da una situazione in realtà inesistente, ha posto in essere l’atto dispositivo a se pregiudizievole.

C. In conclusione, alla luce delle argomentazioni proposte, pur escludendo l’aggravante della destrezza, Tizio potrà essere chiamato a rispondere dei delitti di furto in abitazione, ai sensi dell’art. 624-bis, III, c.p., in concorso con il delitto di truffa di cui all’art.640, co2, n.2bis, c.p. ambedue con riferimento all’aggravante di cui all’art.61, n.5 c.p.

Tenuto conto della contestualità dell’azione e della riferibilità dei reati all’aggressione al solo patrimonio dell’agente può riconoscersi tra i reati concorso formale ai sensi dell’art.81, co.1, c.p., con applicazione del cumulo giuridico. Tenuto conto dei plurimi precedenti penali di Tizio per reati specifici, potrà essere contestata la recidiva prevista dall’art.99, co. 4, c.p.; ai sensi dell’art.81, ult. co., c.p., l’aumento della quantità di pena non potrà comunque essere inferiore ad un terzo della pena stabilita per il reato più grave (integrato dal 624-bis, III, c.p.). Ai sensi  dell’art.69, co0. 4, c.p., non potranno essere ritenute prevalenti eventuali circostanze attenuanti sulla recidiva reiterata di cui all’art.99, IV, c.p.

I reati richiamati sono procedibili d’ufficio e Tizio, nell’allontanarsi, è stato ripreso dalle telecamere di sicurezza del palazzo che potranno essere utilizzate quale grave indizio di reato per disporre il fermo ex art.384 c.p., anche in considerazione dello status di recidivo reiterato in capo all’indiziato. Ai sensi dell’art.280, co.2, c.p. potrà essere disposta custodia cautelare in carcere, in quanto la pena edittale massima prevista è ampiamente superiore a cinque anni. Nella determinazione della pena ex 278 c.p.p. ai fini dell’applicabilità delle misure cautelari personali ed in particolare della massima misura custodiale, in ogni caso, non si potrà tenere conto della recidiva reiterata (secondo l’orientamento adottato da Sezioni Unite n. 17386 del 2011).

 

***

Svolgimento alternativo ( salvo extrema ratio stesura ex 15 c.p.)

 

Incipit – Il caso in esame impone di valutare la tutela della vulnerabilità apprestata dall’ordinamento penale, con particolare riferimento ai delitti contro il patrimonio commessi nei confronti degli anziani.

D1 (Vulnerabilità). La tutela del soggetto in condizioni di minorata difesa in rapporto all’età è il precipitato delle modifiche introdotte dalla legge 94 del 2009 che ha modificato la circostanza aggravante comune di cui all’art.61, n.5, introducendo l’espresso riferimento all’età della persona offesa. Nel quadro di una crescente tutela della vittima del reato, la tutela del soggetto vulnerabile, trova il proprio epicentro nella Convenzione di Lanzarote del 2007 e nella Direttiva UE n. 36 del 2011. Ricade in tale ambito ogni situazione in cui la vittima non ha altra scelta effettiva ed accettabile se non cedere all’abuso. Nel diritto interno l’ambito di tutela del soggetto vulnerabile ha trovato significativa ed ulteriore espressione, nella tutela del minore vittima di reato (Ratifica della Convenzione di Lanzarote del 2012) e della donna (decreto contro la violenza di genere del 2013), così come nelle riforme del 2014 contro la tratta di persone e la tutela del minore vittima di sfruttamento. Nel biennio 2016-2017 si segnala l’introduzione del delitto di cui all’art.601bis (traffico di organi) ed il significativo ripensamento della previsione di cui all’art.603bis, in relazione allo sfruttamento del lavoratore. Da ultimo, la tutela del soggetto privato della libertà personale o in condizioni di minorata difesa ha trovato espressione con l’introduzione dell’art. 613bis c.p., che nel 2017 ha introdotto il delitto di tortura.

f. Nel caso concreto, nei confronti di un pensionato settancinquenne vengono posti in essere, contestualmente, condotte di furto e truffa, accomunate dall’approfittamento delle condizioni di vulnerabilità del soggetto passivo.

D2/F/G Il furto in abitazione è stato oggetto di una rilevante modifica normativa ad opera della l. 128 del 2001 che ha novellato il codice penale introducendo un inedito art.624-bis c.p., che disciplina  il furto in abitazione e il furto con strappo. Tali figure, in precedenza, erano contemplate nel n.1 e nell’ultima parte del n.4 dell’art.625 c.p., quali circostanze aggravanti del furto semplice, come tali risultavano bilanciabili art.69 c.p. in presenza di circostanze eterogenee. A fronte dell’espressa indicazione della rubrica dell’art.624-bis c.p., che richiama il furto “in abitazione”, il precetto dello stesso articolo si riferisce ad una sottrazione avvenuta “in privata dimora o nelle pertinenze di essa”, un concetto più ampio di quello di semplice abitazione, che parrebbe ricomprendere tutti i luoghi non pubblici nei quali le persone si trattengano per compiere, anche in modo transitorio e contingente, atti della vita privata. Gli elementi identificativi del luogo di privata dimora sarebbero due: uno di carattere strutturale, ossia la possibilità di inibire l’accesso al luogo da parte di soggetti terzi, e, uno, di carattere funzionale id est la sua natura privata, tanto che in esso sarebbe possibile compiere atti della vita privata quali non solo quelli della vita intima e familiare bensì anche quelli inerenti l’attività lavorativa o professionale. Il recente intervento della Cassazione a Sezioni Unite (n. 31345 del 2017) ha chiarito come l’elemento della privata dimora sia costituito da tre indefettibili elementi. Anzitutto, il luogo deve essere utilizzato in modo riservato per atti della vita privata, nei quali rientrano quelli legati alla vita professionale; in seconda battuta, deve sussistere tra il soggetto ed il luogo stesso una relazione in termini di stabilità e non di mera occasionalità. Infine, che il luogo deputato a siffatta tipologia di attività non risulti accessibile a terzi senza il consenso del titolare.  In relazione ai luoghi di lavoro l’art. 624-bis c.p. sarà estensibile soltanto se essi presentino le caratteristiche proprie dell’abitazione, ovverosia se in essi, o in parte di essi, il soggetto compia atti della vita privata in modo riservato e precludendo l’accesso a terzi, ad esempio retrobottega, bagni privati o spogliatoi, area riservata di uno studio professionale o di uno stabilimento.

Nel caso di specie e alla luce degli elementi richiamati, la condotta posta in essere ricade pienamente nello spettro applicativo dell’art.624-bis c.p., in quanto l’autore si è introdotto nella privata abitazione di Mevio e a nulla rileva il consenso di quest’ultimo, carpito da Tizio con l’ingannevole dichiarazione di essere un amico di vecchia data del figlio della vittima. La fattispecie incriminatrice dettata dall’art.624-bis c.p., infatti, nella struttura del reato complesso, rimanda alla condotta di violazione di domicilio sanzionata dall’art.614 c.p., che riguarda anche comportamenti di introduzione nell’altrui dimora “realizzati con l’inganno”. Tizio si introduceva con l’inganno nell’abitazione della persona offesa, ma una volta all’interno non poneva in essere alcuna ulteriore condotta caratterizzata da particolare astuzia o avvedutezza, idonea a sorprendere, attenuare o eludere il controllo sui beni sottratti da parte del legittimo possessore. Tizio, per vero, si limitava unicamente a sfruttare un momento di distrazione della ridetta persona offesa, non intenzionalmente provocato, per frugare in un cassetto e sottrarre da quest’ultimo 300 euro.

Tale condotta, pur se facilitata dall’altrui disattenzione si deve ritenere che non possa configurare un furto con destrezza, nel solco tracciato, da ultimo, dalle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione (n.34090 del 2017).

Un primo risalente indirizzo riconosceva la circostanza aggravante di cui trattasi in ogni situazione in cui l’agente avesse colto un’occasione favorevole alla realizzazione dell’illecito impossessamento del bene altrui, inclusa la momentanea sospensione del controllo sul bene da parte della persona offesa dal reato; non risulterebbe allora necessario l’utilizzo di doti eccezionali applicate alla condotta sottrattiva e tali da impedire al derubato di averne comunque contezza.

La linea interpretativa opposta, alla quale hanno aderito le Sezioni Unite, esclude invece la destrezza nella condotta di chi si avvalga di un momento di distrazione o del temporaneo allontanamento dal bene del suo detentore, in entrambi i casi non provocato dall’attività dell’autore del furto, giacché l’azione non presenta alcun tratto di abilità esecutiva o scaltrezza nell’elusione del controllo dell’avente diritto, ma al più l’audacia e la temerarietà di sfidare il rischio di essere sorpresi.

Nel caso in esame non è dato ravvisare alcuna interdipendenza tra abilità dell’agente e la sorveglianza della persona offesa sulla res; legame che attribuisce concretezza ed oggettività alla fattispecie circostanziale di cui trattasi, giustificando l’innalzamento sanzionatorio conseguente al suo riconoscimento. La condotta di Tizio, infatti, non risulta avere determinato le condizioni favorevoli alla sottrazione; l’agente si è limitato a percepirle nella realtà fenomenica a lui esterna ed a volgerle a proprio favore, inserendovi la propria azione appropriativa del bene altrui.

Alla luce di quanto osservato deve pertanto escludersi che la condotta di Tizio possa configurare un furto in abitazione aggravato dalla destrezza.

La più grave previsione del terzo comma dell’art.624-bis c.p. parrebbe in ogni caso integrata in relazione all’aggravante comune della minorata difesa di cui all’art.61, n.5. Nel caso concreto la condotta è stata posta in essere nei confronti di un pensionato di 75 anni, in un contesto nel quale risulta evidente l’approfittamento di una mancanza di lucidità della vittima rispetto a criteri di normalità. Del resto l’art.1 della legge 94 del 2009, nel modificare lo stesso art.61, n.5 c.p., ha esplicitato la rilevanza dell’età della persona offesa quale situazione idonea ad ostacolarne la difesa.

Ne consegue la responsabilità di Tizio, in relazione all’aggravante della minorata difesa di cui all’art.61, n.5, ai sensi dell’art. 624-bis, III, c.p., dal quale discende la  possibilità di disporre il fermo dell’autore del reato.

D3 Tizio, inoltre, risulta aver posto in essere, con riferimento alla medesima aggravante, anche il delitto di truffa nei confronti dell’anziano. A differenza del furto, che integra un delitto di aggressione unilaterale, la truffa rappresenta un delitto a cooperazione artificiosa della vittima, in quanto il soggetto è indotto a compiere l’atto dispositivo a causa degli artifici o dei raggiri dell’agente, con ingiusto profitto di quest’ultimo.

La condotta è integrata da ogni ragionamento menzognero destinato a convincere, idoneo a far apparire come vera la falsità prospettata. Nel caso concreto, la menzognera dichiarazione di Tizio di essere amico del figlio di Mevio e di vantare un credito esercitabile giudizialmente di 500 euro nei confronti di quest’ultimo, corredata da una maggiore vulnerabilità della vittima connessa all’età, ha avuto l’effetto di trarre in errore il soggetto passivo. Quest’ultimo, persuaso da una situazione in realtà inesistente, ha posto in essere l’atto dispositivo a se pregiudizievole.

C. In conclusione, alla luce delle argomentazioni proposte, pur escludendo l’aggravante della destrezza, Tizio potrà essere chiamato a rispondere dei delitti di furto aggravato, ai sensi dell’art. 624bis, III, c.p., in concorso con il delitto di truffa di cui all’art.640, co2, n.2bis, c.p. ambedue con riferimento all’aggravante di cui all’art.61, n.5 c.p.

Tenuto conto della contestualità dell’azione e della riferibilità dei reati all’aggressione al solo patrimonio dell’agente può riconoscersi tra i reati concorso formale ai sensi dell’art.81, co.1, c.p., con applicazione del cumulo giuridico. Tenuto conto dei plurimi precedenti penali di Tizio per reati specifici, potrà essere contestata la recidiva prevista dall’art.99, IV, c.p.; ai sensi dell’art.81, ult. co., c.p., l’aumento della quantità di pena non potrà comunque essere inferiore ad un terzo della pena stabilita per il reato più grave (integrato dal 624-bis, co. 3, c.p.). Ai sensi  dell’art.69, IV, c.p., non potranno essere ritenute prevalenti eventuali circostanze attenuanti sulla recidiva reiterata di cui all’art.99, IV, c.p.

I reati richiamati sono precedibili d’ufficio e Tizio, nell’allontanarsi, è stato ripreso dalle telecamere di sicurezza del palazzo che potranno essere utilizzate quale grave indizio di reato per disporre il fermo ex art.384 c.p., anche in considerazione dello status di recidivo reiterato in capo all’indiziato. Ai sensi dell’art.280, co.2, c.p. potrà essere disposta custodia cautelare in carcere, in quanto la pena edittale massima prevista è ampiamente superiore a cinque anni. Nella determinazione della pena ex 278 c.p.p. ai fini dell’applicabilità delle misure cautelari personali ed in particolare della massima misura custodiale, in ogni caso, non si potrà tenere conto della recidiva reiterata (secondo l’orientamento adottato da Sezioni Unite n. 17386 del 2011).

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