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Concorso colposo nel reato doloso altrui: inammissibilità

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Concorso colposo nel reato doloso altrui: inammissibilità

La quarta Sezione penale della Corte di Cassazione torna a pronunciarsi sulla controversa figura del concorso colposo nel reato doloso altrui, questa volta negandone l’ammissibilità. L’iter argomentato si esprime nella sentenza 7032 del 14.2.2019.

La vicenda processuale de qua trae origine dall’accadimento del 6 marzo 2013 quando Andrea Zampi faceva ingresso negli uffici della Regione Umbria e, dopo essere stato accreditato come visitatore esterno, esplodeva numerosi colpi di arma da fuoco, cagionando la morte di due dipendenti regionali; si recava, poi, in un’altra stanza ove si suicidava esplodendo verso di sé un ultimo colpo di pistola. 

Il motivo del suo agire si evinceva dalla lettura del memoriale, lasciato appoggiato su una delle scrivanie, dal quale traspariva un forte risentimento nei confronti di alcuni impiegati dell’Ufficio Sovvenzioni della Regione Umbria ai quali imputava la revoca del finanziamento concesso, ritenendoli così responsabili del fallimento dei suoi progetti professionali.

Le successive indagini consentivano di accertare che la Prefettura di Perugia emetteva, ai sensi dell’art. 39 T.U.L.P.S., il decreto di urgenza, con il quale vietava ad Andrea Zampi, titolare di licenza di porto di fucile per l’esercizio di tiro a volo, di detenere armi e munizioni in ragione dell’avvenuta sottoposizione del predetto a due trattamenti sanitari obbligatori.

Sui fatti narrati si svolgeva procedimento penale a carico del medico di fiducia, al quale veniva addebitato di avere, per colpa, concorso all’omicidio doloso del Zampi. Era tramite il certificato anamnestico da questi rilasciato con negligenza, infatti, che al Zampi veniva rinnovato il porto d’armi.

Unitamente al medico venivano rinviati a giudizio due funzionari dei ruoli civili della  Questura di Perugia, per non essersi avveduti della segnalazione del decreto emesso dalla Prefettura di Perugia sul divieto di detenzione di armi e munizioni.

Il giudice di primo grado affermava di condividere, sul piano dogmatico, l’indirizzo dottrinario tradizionale incline a disconoscere l’ammissibilità di tale istituto e pronunciava, conseguentemente, sentenza assolutoria per insussistenza del fatto nei confronti degli imputati, quanto alle morti della Peccati e della Crispolti. E, ritenuta la cooperazione colposa, escludeva la sussistenza del fatto anche in relazione all’addebito relativo alla morte dello Zampi sull’assunto che il suicidio non è un delitto colposo punibile. 

Interposta impugnazione da parte del Procuratore Generale presso la Corte di appello di Perugia e il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale della medesima città, la Corte d’Appello di Perugia, in parziale riforma della pronuncia di primo grado, dichiarava il medico di fiducia responsabile del reato per avere concorso, con la sua condotta colposa, agli omicidi dolosi commessi da Andrea Zampi nei confronti delle funzionarie della regione. Concesse le attenuanti generiche, lo condannava alla pena, condizionalmente sospesa, di anni uno di reclusione. 

Più in particolare, riteneva sussistente, sotto il profilo della causalità materiale, il nesso causale tra il certificato anamnestico redatto dal medico e il rilascio del rinnovo del porto d’armi sottolineando che la normativa che disciplina la regolamentazione di tale procedimento amministrativo è diretta proprio ad evitare il rischio che persone mentalmente instabili possano dotarsi di armi per recare danno a terzi o al possessore. 

È il medico di fiducia a proporre appello per cassazione.

La Corte ritiene controverso l’istituto del c.d. concorso colposo nel delitto doloso altrui, la cui configurabilità viene posta in dubbio anche da parte di quegli orientamenti dottrinari che ritengono ormai ampiamente superato il principio dell’unicità del titolo soggettivo della responsabilità concorsuale. Il fondamento della posizione negatoria viene individuato nel disposto normativo di cui agli artt. 42, comma 2, e 113 cod. pen. Da un lato, si osserva, l’art. 42 comma 2, cod. pen. pone il principio generale – non derogabile nell’ambito della partecipazione – della necessità di una espressa previsione di legge per ascrivere a titolo di colpa una qualunque fattispecie delittuosa. Dall’altro lato, l’art. 113 cod. pen., per come si desume dal tenore letterale della disposizione, limita la cooperazione colposa al solo delitto colposo, non permettendo di intendere che la condotta tipica possa essere dolosa. 

In tale prospettiva viene anche valorizzata la circostanza che il legislatore ha contemplato ipotesi tassative di agevolazione colposa punite come reato a sé stante, come ad esempio gli artt. 254, 259 e 350 cod. pen. 

Così, la sezione afferma l’adesione alla tesi secondo la quale la cooperazione colposa richiede esclusivamente la consapevolezza del soggetto che la propria condotta si colloca in un fascio di condotte in un medesimo contesto ovvero nella gestione di un medesimo caso. Ed invero il termine «cooperazione», derivante dal latino cooperari, allude all’agire congiunto di più persone ed implica la consapevolezza della convergenza del proprio e dell’altrui comportamento alla realizzazione di una condotta unitaria e comune. 

All’esito, la Corte di Cassazione annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio alla Corte di appello di Firenze.

Consulta la sentenza in esteso.

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