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Concorso nel reato di accesso abusivo al sistema informatico nello scambio di file protetti tra colleghi

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Concorso nel reato di accesso abusivo al sistema informatico nello scambio di file protetti tra colleghi

La Corte di Cassazione, quinta Sezione penale, con la sentenza n. 565 dell’8 gennaio 2019, ha affinato la declinazione degli elementi costitutivi del reato di cui all’art. 615 ter c.p.

Il caso di specie vedeva il concorso di due persone nel reato. L’attività materiale era stata posta in essere dal primo il quale, utilizzando l’account di posta elettronica attivato sul dominio della banca e a lui in uso, aveva inviato due e-mail alla casella di posta aziendale del secondo, dipendente della medesima banca, allegando un file excel contenente informazioni bancarie riservate, alle quali il secondo non avrebbe avuto accesso (nominativo del correntista e saldo di conto corrente), nonché per aver inviato due ulteriori e-mail di analogo contenuto, che il secondo agente, a sua volta, ”girava” al proprio indirizzo di posta personale.  L’apporto concorsuale di quest’ultimo si riteneva consistente nell’aver istigato il primo a commettere il reato. 

La sentenza, in particolare, coglie l’occasione per fornire una rassegna degli interventi delle Sezioni Unite già intercorsi sul punto.

Con la sentenza Casani è stato affermato che integra il delitto previsto dall’art. 615-ter cod. pen. colui che, pur essendo abilitato, acceda o si mantenga in un sistema informatico o telematico protetto violando le condizioni ed i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema per delimitarne oggettivamente l’accesso, rimanendo invece irrilevanti, ai fini della sussistenza del reato, gli scopi e le finalità che abbiano soggettivamente motivato l’ingresso nel sistema (Sez. U, n. 4694/2012 del 27/10/2011, Casani). 

Con la sentenza Savarese le Sezioni Unite, pronunciandosi in un’ipotesi di fatto commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio (615-ter, comma secondo, n. 1), hanno avuto modo di precisare, sotto il profilo dell’elemento oggettivo, che integra il delitto previsto dall’art. 615-ter cod. pen. la condotta di colui che pur essendo abilitato e pur non violando le prescrizioni formali impartite dal titolare di un sistema informatico o telematico protetto per delimitarne l’accesso, acceda o si mantenga nel sistema per ragioni ontologicamente estranee rispetto a quelle per le quali la facoltà di accesso gli è attribuita (Sez. U, n. 41210 del 18/05/2017, Savarese). 

La logica di tale richiamo è nel senso di trasfondere i principi espressi in tema di funzionario pubblico settore privato, nella parte in cui vengono in rilievo i doveri di fedeltà e lealtà del dipendente che connotano indubbiamente anche il rapporto di lavoro privatistico. Pertanto, come già in Savarese, è illecito e abusivo qualsiasi comportamento del dipendente che si ponga in contrasto con i suddetti doveri, manifestandosi in tal modo la “ontologica incompatibilità” dell’accesso al sistema informatico, connaturata ad un utilizzo dello stesso estraneo alla ratio del conferimento del relativo potere.

Nella specie, secondo la ricostruzione offerta dai giudici di merito sulla scorta di una motivazione giudicata dalla Cassazione immune da vizi, la condotta in rassegna è consistita nel fatto che l’agente si fosse trattenuto nel sistema informatico della Banca per compiere un’attività vietata, ossia la trasmissione della lista a soggetto non autorizzato a prenderne cognizione, in ciò violando i limiti dell’autorizzazione che egli aveva ad accedere e a permanere in quel sistema informatico protetto.  Inoltre la Cassazione riprende quanto già affermato nel precedente grado, riguardante la trasmissione di dati al terzo, che non era abilitato a prendere cognizione di essi, affermando in via definitiva che tale condotta integra la fattispecie di reato contestato, trattandosi di operazioni che non erano consentite dal dominus loci e compiute quindi mediante un abusivo trattenimento all’interno del sistema stesso. 

All’esito, la Corte rigetta il ricorso.

Consulta la sentenza in esteso.

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