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Equivale a maltrattamento detenere 33 gatti in casa

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Equivale a maltrattamento detenere 33 gatti in casa

La terza Sezione penale della Corte di Cassazione ha affrontato il caso del maltrattamento di animali, con la sentenza n. 1510 pubblicata il 14 gennaio 2019.

Nei precedenti gradi di giudizio, la ricorrente per Cassazione è stata condannata per il reato di abbandono di animali, di cui all’art. 727 c.p., per aver detenuto, nella propria abitazione, 33 gatti. Gli animali erano detenuti in modalità tali da arrecare loro gravi sofferenze, incompatibili, con la loro natura, in ragione delle condizioni di sovraffollamento degli animali e di pessime condizioni di igiene dei luoghi. 

Nel ricorso viene dedotto che il Tribunale aveva tratto dalle condizioni ambientali in cui erano tenuti tenuti gli animali, attraverso una sorta di automatismo argomentativo, la sussistenza di sofferenze a carico degli animali, senza accertare la sussistenza di un effettivo nocumento sofferto dagli stessi, anche nella forma del semplice patimento, né la gravità delle sofferenze. Inoltre, la ricorrente lamentava l’erronea e parziale valutazione delle risultanze istruttorie e, in particolare, di quelle offerte dalla difesa (planimetria dell’appartamento della ricorrente, allegazioni fotografiche ritraenti gli animali in epoca precedente l’accertamento, fatture di acquisto del cibo differenziato anche per età degli animali) che comprovavano cura ed attenzione della ricorrente medesima nei confronti degli animali; in merito alle condizioni di salute degli animali, poi, era stata semplicemente richiamata ma non valutata la consulenza tecnica, le cui risultanze consentivano di affermare che le patologie potevano essersi successivamente manifestate per ragioni diverse da negligenza nella cura o sovraffollamento.

Invero, la Cassazione ricorda i precedenti di legittimità sul punto, in forza dei quali si è affermato che la detenzione di animali integrante la fattispecie di cui all’art. 727 cod.pen, costituendo reato (sia pure contravvenzionale), rientra nell’ipotesi di cui all’art. 240 comma 2 n. 2 del codice penale (in base al quale, come è noto, deve sempre essere ordinata la confisca delle cose, la detenzione delle quali costituisca reato, a meno che esse non appartengano a persone estranee al reato). 

All’esito, Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro duemila in favore della Cassa delle ammende. 

Consulta la sentenza in esteso.

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