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I nuovi contorni dell’abbandono di animali

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I nuovi contorni dell’abbandono di animali

La terza Sezione penale della Corte di Cassazione emana la sentenza 14734 del 4 aprile 2019 in tema di abbandono di animali, estendendone la portata applicativa.

La controversia origina a carico del titolare di un’azienda agricola, che avrebbe fatto trasportare 63 asini destinati alla monticazione, in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze.

Dall’accertamento effettuato si rinveniva, in particolare: 12 asini con evidenti difficoltà di deambulazione per le unghie eccessivamente lunghe, che necessitavano di cure di maniscalco ed un asino che non era in grado di reggersi in piedi e, perciò, di affrontare il viaggio.

La pronuncia ridefinisce i contorni della fattispecie di cui all’art. 727 c.p., rubricato abbandono di animali. Norma ora circoscritta – dopo l’introduzione dei delitti contro il sentimento per gli animali nel codice penale – all’abbandono di animali domestici o che abbiano acquisito abitudine alla cattività ed alla detenzione di animali in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze. 

Si è ripetutamente chiarito che la detenzione impropria di animali, produttiva di gravi sofferenze, va considerata, per le specie più note (quali, ad esempio, gli animali domestici), attingendo al patrimonio di comune esperienza e conoscenza e, per le altre, alle acquisizioni delle scienze naturali, specificando che assumono rilievo non soltanto quei comportamenti che offendono il comune sentimento di pietà e mitezza verso gli animali per la loro manifesta crudeltà, ma anche quelle condotte che incidono sulla sensibilità psico- fisica dell’animale, procurandogli dolore e afflizione, prendendo in considerazioni situazioni quali, ad esempio, la privazione di cibo, acqua e luce o il trasporto di bovini stipati in un furgone di piccole dimensioni e privo d’aria.

Nel caso di specie la Corte ha valorizzato il ragionamento del Tribunale, che a posto in evidenza come agli animali, per la lunghezza delle unghie, era impedita o, comunque, resa particolarmente difficoltosa la deambulazione, tanto che uno di essi non riusciva neppure ad alzarsi dal camion ove si trovava, esponendoli a grossi rischi durante l’alpeggio, dovendosi muovere su un terreno che non è piano. 

Ciò posto, rileva il Collegio che la detenzione in tali condizioni, indipendentemente dalla conduzione o meno degli animali all’alpeggio, deve ritenersi certamente incompatibile con la loro natura e produttiva di gravi sofferenze, considerando che la eccessiva lunghezza delle unghie, rendendo difficoltosa per l’animale anche la semplice deambulazione ed in un caso, rendendogli impossibile lo stare in piedi, lo costringe a posture innaturali che, peraltro, incidono sul requisito essenziale della stabilità, assicurata, nei quadrupedi, dalla particolare sequenza dei movimenti delle zampe e non può dirsi che una simile condizione sia solo innaturale e non anche produttiva di gravi sofferenze, dovendosi intendere, come tali, non necessariamente quelle condizioni che possono determinare un vero e proprio processo patologico, bensì anche i meri patimenti.

Ne consegue che anche la detenzione di un animale in condizioni tali da costringerlo ad un portamento innaturale, tale da impedire o rendere difficoltosa la deambulazione o dal mantenere una posizione eretta e stabile, integra la violazione dell’art. 727 cod. pen. 

All’esito del giudizio il ricorso viene dichiarato inammissibile.

Consulta la sentenza in esteso.

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