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La Cassazione determina la nozione di esercizio abusivo di attività finanziaria

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La Cassazione determina la nozione di esercizio abusivo di attività finanziaria

La Corte di Cassazione decide su un caso di esercizio abusivo di attività finanziaria, commesso dall’amministratore di una società di capitali che, pur nominato amministratore giudiziario nell’ambito di un procedimento penale, erogava finanziamenti ed anticipazioni di fondi, contravvenendo alle regole imposte nel sequestro di prevenzione.

La Corte ricostruisce il reato di abusiva attività finanziaria come reato eventualmente abituale, in considerazione di una attività che implica la reiterazione di comportamenti che si innestano in una attività avente organizzazione di carattere professionale. Questo vale ai fini della prescrizione, poiché le condotte, nel reato abituale, si ritengono protratte.

Viene poi formulata una piena ammissibilità del concorso omissivo nei reati di mera condotta, sull’osservazione che l’art. 40, secondo comma, c. p., nello stabilire l’equivalenza tra il non impedire un evento ed il cagionarlo, consente di estendere l’area della punibilità per condotte omissive alle sole fattispecie a forma libera, in quanto l’introduzione, da parte del legislatore, di un elemento extracausale nella fattispecie commissiva ha  la funzione di limitare l’equazione normativamente posta fra cagionare e non impedire.

Nel caso di specie, si è ritenuto che una posizione simile a quella dell’amministratore e del liquidatore di società, e, soprattutto, omogenea a quella del custode giudiziario risulta essere quella dell’amministratore giudiziario nominato nel corso di una procedura di prevenzione. Invero, l’art. 2-sexies, primo comma, ultimo periodo, legge 31 maggio 1965, n. 575, e successive modifiche, nel testo vigente all’epoca dei fatti, dispone: «L’amministratore ha il compito di provvedere alla custodia, alla conservazione e all’amministrazione dei beni sequestrati anche nel corso degli eventuali giudizi di impugnazione, sotto la direzione del giudice delegato, anche al fine di incrementare, se possibile, la redditività dei beni.» (le successive modifiche non hanno significativamente innovato la previsione per quanto di interesse ai fini in esame). Inoltre, la posizione dell’amministratore giudiziario è indiscutibilmente quella di garante della legalità dell’amministrazione dei beni sequestrati, come si desume, in particolare, dalla disciplina di cui all’art. 2-septes, legge 31 maggio 1965, n. 575 e successive modifiche, nel testo vigente all’epoca dei fatti; questa disciplina, infatti, prevede, innanzitutto, uno stretto collegamento tra l’amministratore giudiziario ed il giudice delegato, con l’obbligo per il primo di presentare al secondo, e con la frequenza da questo stabilita, «una relazione periodica sull’amministrazione, esibendo, se richiesto, i documenti giustificativi», nonché, anche, la possibilità di una revoca dall’incarico «in ogni tempo», in caso di inosservanza dei doveri.

Per quanto attiene al reato di abuso d’ufficio, la Cassazione precisa l’art. 323 c.p. comprende un generale e diretto dovere di astensione per i pubblici agenti che si trovino in una situazione di conflitto di interessi, con la conseguenza che l’inosservanza del dovere di astenersi da atti di disposizione del patrimonio sociale in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto integra il reato anche se manchi una specifica disciplina di detta astensione. Tuttavia, la Corte ha riconosciuto che ai fini dell’integrazione del reato, anche ove venga violato l’obbligo di astensione, è necessario che a ciò consegua la provocazione di un danno oppure un ingiusto vantaggio patrimoniale procurato. Nella vicenda in esame, tuttavia, il condannato si è liquidato i propri compensi e ha autorizzato il prelievo di somme di cui aveva l’amministrazione. Dalla nomina quale amministratore giudiziario discende la qualifica di pubblico ufficiale, tale per cui i beni vanno gestiti nell’interesse pubblico. Pertanto, si è ritenuto correttamente che lo stesso abbia agito in violazione del dovere generale di astensione  poiché attivatosi in relazione ad un interesse proprio.

All’esito del percorso argomentativo, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 27187 ha annullato la sentenza impugnata perché il fatto non è previsto dalla legge come reato, rinviando ad altra sezione della Corte d’Appello di Bologna, che terrà conto della differenza tra le due fattispecie sopra descritte, anche in considerazione dell’applicazione della confisca già comminata.

Consulta la sentenza in esteso.

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