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La condotta distrattiva della bancarotta fraudolenta

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La condotta distrattiva della bancarotta fraudolenta

La quinta Sezione penale della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 10633 dell’11.3.2019 si occupa della bancarotta fraudolenta.

La Corte d’appello di Reggio Calabria ha confermato, ai soli effetti civili, la condanna di tre imputati per i reati di bancarotta fraudolenta documentale, patrimoniale e preferenziale loro rispettivamente contestati e commessi, nella loro qualità di amministratori di diritto o di fatto, durante la gestione della s.a.s., dichiarata fallita nel corso del 2000. In parziale riforma della pronunzia di primo grado la Corte territoriale ha invece dichiarato non doversi procedere agli effetti penali nei confronti dei menzionati imputati per i medesimi reati perché estinti per intervenuta prescrizione. 

Avverso la sentenza ricorrono tutti gli imputati.

La Corte di Cassazione coglie l’occasione per rimembrare il costante insegnamento della giurisprudenza di legittimità, per cui la natura distrattiva di un’operazione infra-gruppo può essere esclusa in presenza di vantaggi compensativi che riequilibrino gli effetti immediatamente negativi per la società fallita e neutralizzino gli svantaggi per i creditori della stessa. In tal senso gli interessi attivi sostanzialmente “figurativi” generati dai finanziamenti infragruppo non possono costituire un “vantaggio compensativo”, anche solo al fine di escludere il dolo dell’imputato.

In definitiva elevare la capogruppo a cassa delle controllate nella situazione in cui queste versavano è certamente contrario all’interesse dei suoi creditori, mentre non è chiarito nel ricorso quale sarebbe l’effettivo vantaggio compensativo che ne sarebbe derivato, posto che, come già detto, certo in tal senso non rileva la previsione di interessi di fatto meramente figurativi in favore della fallita, né è invocabile l’incrocio fideiussorio tra le diverse società, di cui dovrebbe dimostrarsi innanzi tutto l’originaria utilità nell’ottica della garanzia dei creditori della stessa fallita. Quanto alla configurabilità del dolo, è appena il caso di ricordare che per il reato di bancarotta patrimoniale è sufficiente quello generico, consistente nella volontarietà della condotta, posta in essere rappresentandosi il pericolo che ne può derivare, rappresentazione che nel caso di specie correttamente è stata inferita, come già accennato, alla consapevolezza da parte dell’imputato della situazione in cui versavano le controllate. 

Si corrobora, altresì, il consolidato orientamento della Cassazione, per cui la prova della distrazione o dell’occultamento dei beni della società dichiarata fallita può essere desunta dalla mancata dimostrazione, ad opera dell’amministratore, della destinazione dei beni a seguito del loro mancato rinvenimento. La costante elaborazione giurisprudenziale sul punto si ancora alla peculiare normativa concorsuale. Innanzi tutto l’imprenditore è posto dal nostro ordinamento in una posizione di garanzia nei confronti dei creditori, i quali ripongono la garanzia dell’adempimento delle obbligazioni dell’impresa sul patrimonio di quest’ultima. Donde la diretta responsabilità del gestore di questa ricchezza per la sua conservazione in ragione dell’integrità della garanzia. La perdita ingiustificata del patrimonio o l’elisione della sua consistenza danneggia le aspettative della massa creditoria ed integra l’evento giuridico sotteso dalla fattispecie in esame.

In secondo luogo, la legge fall., art. 87, comma 3 (anche prima della sua riforma) assegna al fallito obbligo di verità circa la destinazione dei beni di impresa al momento dell’interpello formulato dal curatore al riguardo, con espresso richiamo alla sanzione penale. Immediata è la conclusione che le condotte descritte all’art. 216. comma 1, n. 1 (tra loro sostanzialmente equipollenti) hanno (anche) diretto riferimento alla condotta infedele o sleale del fallito nel contesto dell’interpello. Osservazioni che giustificano la solo apparente inversione dell’onere della prova ascritta al fallito nel caso di mancato rinvenimento di cespiti da parte della procedura e di assenza di giustificazione al proposito (o di giustificazione resa in termini di spese, perdite ed oneri attinenti o compatibili con le fisiologiche regole di gestione). Trattasi, invero, di sollecitazione al diretto interessato della dimostrazione della concreta destinazione dei beni o del loro ricavato, risposta che (presumibilmente) soltanto egli, che è (oltre che il responsabile) l’artefice della gestione, può rendere. 

La prova così raggiunta circa la finalità extrasociale del distacco del bene dal patrimonio – prova invero non contestata con il ricorso che sul punto è oltremodo generico – ha legittimato la Corte territoriale a ritenere sussistente l’elemento soggettivo del reato, implicitamente motivando dalla reiterazione delle condotte e dalla stessa natura extra-contabile delle operazioni, circostanze ritenute logicamente sintomatiche della consapevolezza da parte dell’imputato della natura distrattiva delle medesime. 

Alla stregua di quanto affermato, la Corte diversifica le posizioni dei tre imputati, annullando la sentenza solo per uno di essi, con rimando alla Corte territoriale per un nuovo giudizio civile,  del resto rigettando i ricorsi delle altre parti ricorrenti.

Consulta la sentenza in esteso.

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