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La legittima difesa nel reato di percosse

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La legittima difesa nel reato di percosse

La quinta Sezione penale della Corte di Cassazione ha emesso, il 29 aprile scorso, la sentenza n. 17787 in tema di legittima difesa nel reato di percosse.

La controversia origina dalla condanna emessa dal giudice di pace di Arezzo nei confronti di M. B. per il reato di cui all’art. 582, secondo comma, cod. pen. alla pena di euro 1000,00 di multa e M. E. A. alla pena di euro 500,00 di multa per il reato di percosse. 

Il motivo di ricorso per cassazione riguarda l’applicazione della scriminante della legittima difesa, pur essendo emerso dalle prove assunte che inizialmente il B. era stato aggredito da M. E. A., il quale aveva dato inizio alla colluttazione spintonando il B. e facendolo cadere a terra; il B. si era limitato a reagire all’aggressione dell’altro con una difesa proporzionata all’offesa. 

Ritiene che la Corte il ricorso inammissibile per manifesta infondatezza. 

Nella sentenza del Giudice di pace si afferma che la zuffa è stata iniziata da M. E. A., ma si evidenzia pure che il B. dopo essere stato aggredito ed essere caduto a terra, allo scopo di vendicarsi ha a sua volta attaccato ripetutamente e con grande aggressività M. E. A. riuscendo a colpirlo e cagionandogli lesioni personali. 

La configurabilità dell’esimente della legittima difesa deve escludersi nell’ipotesi in cui lo scontro tra due soggetti possa essere inserito in un quadro complessivo di sfida giacché, in tal caso, ciascuno dei partecipanti risulta animato da volontà aggressiva nei confronti dell’altro e quindi, indipendentemente dal fatto che le intenzioni siano dichiarate o siano implicite al comportamento tenuto dai contendenti, nessuno di loro può invocare la necessità di difesa in una situazione di pericolo che ha contribuito a determinare e che non può avere il carattere della inevitabilità. 

Secondo la ricostruzione del fatto operata dal Giudice di pace, il B. ha colpito M. E. A. non perché costretto dalla necessità di difendersi, ma perché animato dal proposito di vendetta; egli, quindi, non ha colpito M. E. A. per evitare di essere da questo picchiato, ma allo scopo di aggredirlo a sua volta e in tal modo punirlo per l’aggressione ricevuta. 

In tale situazione, in applicazione del principio sopra esposto, deve escludersi che sussistessero i presupposti di cui all’art. 52 cod. pen. e conseguentemente non opera la scriminante invocata dal ricorrente. 

All’esito, la Corte dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento.

Consulta la sentenza in esteso.

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