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La più recente Cassazione sul reato di concussione

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La più recente Cassazione sul reato di concussione

La sesta Sezione penale della Corte di Cassazione ha deciso, con la sentenza n. 38544 del 13 agosto, in materia di reati contro la pubblica amministrazione.

Nei precedenti gradi, il ricorrente è stato ritenuto colpevole del reato di concussione poichè, in qualità di Vice Questore aggiunto della Polizia di Stato, aveva abusato della sua qualità e dei suoi poteri, ordinando ai suoi sottoposti, peraltro appartenenti alla sezione «fasce deboli», di sottoporre a controllo l’autovettura di un soggetto – poi costituitosi parte civile nel giudizio penale – e, intervenendo irritualmente, lo costringeva a promettergli indebitamente che avrebbe interrotto le proprie frequentazioni con la donna alla quale lo stesso Vice Questore era precedentemente legato da una relazione sentimentale, poi conclusa per volontà della donna. 

Il ricorso verte sul tentativo di derubricare la fattispecie contestata nel reato previsto dall’art. 610 c.p. (violenza privata), con l’aggravante dell’abuso della qualità di pubblico ufficiale.

Invece, condivisi i rilievi mossi nei giudizi precedenti, e corroborati da istruttoria ritenuta valida e soddisfacente, la Corte di Cassazione ha ribadito che, ai fini della configurabilità del delitto di concussione, l’espressione altra utilità di cui all’art. 317 cod. pen., ricomprende qualsiasi bene che costituisca per il pubblico ufficiale (o per un terzo) un vantaggio, non necessariamente economico, ma comunque giuridicamente apprezzabile; tale utilità, quindi, può consistere in un dare, in un facere, in un vantaggio di natura patrimoniale o non patrimoniale, purché sia ritenuto rilevante dalla consuetudine o dal comune convincimento.

Nel particolare del caso di specie, poi, si è rilevato che il prospettare l’esercizio sfavorevole del proprio potere discrezionale, al solo fine di costringere la persona offesa a una prestazione indebita, integra certamente la minaccia di un danno ingiusto, in quanto non funzionale al perseguimento del pubblico interesse, ma chiaro indice di sviamento dell’attività amministrativa dalla causa tipica.

In punto alla consumazione del reato, poi, esso si è ritenuto consumato, posto che l’imputato aveva conseguito dalla persona offesa la promessa richiesta, essendo conseguentemente irrilevante il verificarsi della stessa. É, altresì, irrilevante il fatto che in realtà la vittima poi ci abbia ripensato, e ciò non implica affatto che il reato non sia consumato, posto che la semplice promessa di un dare o di un facere sotto la pressione del metus pubblicae potestatis è sufficiente ad integrare gli estremi del reato consumato di concussione.

Sotto il profilo processuale, infine, la Corte di Cassazione ricapitola i criteri per ammetersi la cd. motivazione per relationem, la quale è ammissibile a patto che: 1) faccia riferimento, recettizio o di semplice rinvio, a un legittimo atto del procedimento, la cui motivazione risulti congrua rispetto all’esigenza di giustificazione propria del provvedimento di destinazione; 2) fornisca la dimostrazione che il giudice ha preso cognizione del contenuto sostanziale delle ragioni del provvedimento di riferimento e le abbia meditate e ritenute coerenti con la sua decisione; 3) l’atto di riferimento, quando non venga allegato o trascritto nel provvedimento da motivare, sia conosciuto dall’interessato o almeno ostensibile, quanto meno al momento in cui si renda attuale l’esercizio della facoltà di valutazione, di critica ed, eventualmente, di gravame e, conseguentemente, di controllo dell’organo della valutazione o dell’impugnazione.

All’esito, la Corte, accoglie il ricorso limitatamente all’eliminazione delle statuizioni civili, per l’intervenuta remissione della querela, e rigettando per il resto il ricorso.

Consulta la sentenza in esteso.

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