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La truffa ai pazienti è, per ciascuno di essi, autonomo reato

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La truffa ai pazienti è, per ciascuno di essi, autonomo reato

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 44228 emessa dalla Seconda Sezione e pubblicata il 4.10.2018, torna sul concetto di truffa.

Il reato contestato all’imputata riguarda l’aver indotto in errore i pazienti sul regime applicabile alle visite mediche per il rinnovo della patente, facendogli credere, contrariamente al vero, che la prestazione doveva essere resa in regime di libera professione e non in convenzione. Disciplina modificata a favore degli ultra ottantenni, che potevano ottenerla in regime ambulatoriale previo pagamento del ticket sanitario.

La Corte di Cassazione coglie così l’occasione di riaffermare gli elementi costitutivi del reato di truffa: la natura “ingiusta” del profitto viene ravvisata nella stipulazione del contratto dovuta all’omissione informativa circa la possibilità di eseguire la visita con il semplice pagamento del ticket, indipendentemente dallo squilibrio oggettivo delle relative prestazioni. Il contratto conserva, pertanto, causa illecita, in quanto la volontà di uno dei due contraenti è viziata a seguito di raggiro.

La truffa, peraltro, ricorre quando le erogazioni – ai danni di un medesimo soggetto – siano riconducibili ad un originario ed unico comportamento fraudolento, mentre si configurano plurimi ed autonomi fatti di reato quando, per il conseguimento delle erogazioni successive alla prima, sia necessario il compimento di ulteriori attività fraudolente.

Nel caso in esame, invece, la Corte ritiene che, anche a voler prescindere dalla diversità dei soggetti passivi del reato, l’atto di disposizione patrimoniale risulta preceduto da artifizi e raggiri ulteriori rispetto a quelli realizzati in precedenza, con la conseguenza che si viene così a realizzare, di volta in volta, un nuovo ed autonomo reato, semmai unificato dal vincolo della continuazione, potendosi ricondurre le diverse violazioni ad una deliberazione anticipata di carattere unitario.

Per quanto riguarda i profili processuali, la Corte ribadisce l’inammissibilità del ricorso per cassazione fondato sugli stessi motivi proposti con l’appello e motivatamente respinti in secondo grado, sia per l’insindacabilità delle valutazioni di merito adeguatamente e logicamente motivate, sia per la genericità delle doglianze che, così prospettate, solo apparentemente denunciano un errore logico o giuridico determinato. Parimenti, non è proponibile nel giudizio di legittimità l’applicazione dell’istituto della particolare tenuità del fatto di cui all’art. 131 bis c.p., poichè mai richiesto prima.

All’esito, il ricorso è dichiarato inammissibile, con conseguente condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma a favore della Cassa delle Ammende, in ragione dei profili di colpa ravvisati nella determinazione delle cause di inammissibilità.

Consulta la sentenza in esteso.

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