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L’affidamento in prova al servizio sociale nella recente Cassazione Penale

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L’affidamento in prova al servizio sociale nella recente Cassazione Penale

La prima Sezione penale della Corte di Cassazione, con la pronuncia 39909 del 4 settembre, pronuncia in materia processuale sui benefici concedibili al reo di bancarotta fraudolenta.

Il caso origina dalla richiesta dell’ex amministratore di una società, condannato per bancarotta, di avvalersi dell’affidamento in prova al servizio sociale. La richiesta era stata denegata sulla scorta della considerazione che il medesimo sarebbe rimasto nello stesso contesto imprenditoriale in cui si è consumato il reato. Per il medesimo motivo si esprimeva giudizio sfavorevole sull’idoneità lavorativa del richiedente, agli effetti di una efficace risocializzazione della misura alternativa.

Diversamente opinando, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, rilevando che la compagine in cui l’ex amministratore era impiegato non venne coinvolta nel delitto di bancarotta fraudolenta, ma solo una società che ne faceva capo, e che, pertanto, il reo ben avrebbe potuto condurre la sua attività imprenditoriale poichè, venuto meno il collegamento con l’impresa fallita, la misura avrebbe potuto sortire i giusti effetti. Viene meno, altresì, il contesto imprenditoriale, posto che alla gestione delle imprese fallite provvedono gli organi della procedura concorsuale, sotto il controllo del Tribunale, tale per cui all’ex amministratore non rimane attribuito alcun potere di gestione.

La pronuncia ha, perciò, modo di precisare che l’affidamento in prova al servizio sociale, disciplinato dall’art. 47 Ord. pen., è la misura alternativa alla detenzione carceraria che, a pieno titolo, attua la finalità costituzionale rieducativa della pena. Esso può essere concesso, entro la generale cornice di ammissibilità prevista dalla legge, allorché, sulla base dell’osservazione della personalità del condannato condotta in istituto, o del comportamento da lui serbato in libertà, possa ritenersi che la misura, anche attraverso l’adozione di opportune prescrizioni, possa contribuire al percorso di rieducazione, prevenendo il pericolo di ricaduta nel reato. Ciò che assume rilievo, rispetto all’affidamento, è l’evoluzione della personalità registratasi successivamente al fatto-reato, nella prospettiva di un ottimale reinserimento sociale. Il processo di emenda deve essere significativamente avviato, ancorché non sia richiesto il già conseguito ravvedimento, che caratterizza il diverso istituto della liberazione condizionale, previsto dal codice penale.

All’esito, annulla l’ordinanza impugnata e rinvia nuovamente al Tribunale di sorveglianza.

Consulta la sentenza in esteso.

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