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Le delibere di approvazione del bilancio differiscono tra società aperte e chiuse

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Le delibere di approvazione del bilancio differiscono tra società aperte e chiuse

La prima Sezione civile della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 23950 del 2.10.2018, si pronuncia in tema di delibere assembleari e pone l’interessante dicotomia tra società chiuse e aperte.

La Corte d’Appello aveva annullato la delibera dell’assemblea ordinaria di una società per azioni con cui si approvava il bilancio d’esercizio al 31 dicembre 2010 e, per l’effetto, si distribuivano gli utili conseguiti. Tale deliberazione veniva assunta in seconda convocazione con il voto favorevole del 47% del capitale sociale.

È proprio con riferimento ai concetti di quorum e di maggioranza assembleare che il ricorso viene proposto in Cassazione. Il ricorrente è la stessa società per azioni, nei confronti del Presidente e legale rappresentante.

Un primo elemento di interesse si rinviene nella specificazione secondo cui le deliberazioni di approvazione del bilancio e di distribuzione degli utili costituiscono atti distinti, sia pure contestuali e legati da vincolo di dipendenza, nel senso che la seconda, ove la prima sia contraria alla legge o all’atto costitutivo, ne risulta viziata da invalidità derivata; pertanto, una volta caducata la deliberazione di approvazione del bilancio e quella consequenziale di distribuzione degli utili, il pagamento relativo diviene indebito, ai sensi dell’art. 2033 cod. civ..

La Corte affronta, anzitutto, i concetti di maggioranza e minoranza assembleare, affermando che essi si determinano al momento della formazione dei quorum e non preesistono ad essi.

Inoltre, nessuna ed eventuale particolare conformazione di una data compagine societaria può condizionare un’interpretazione normativa generale, poiché la ratio della regola sancita dal legislatore è nel senso di compiere un’opzione quanto più neutrale possibile con riguardo al peso delle azioni proprie a voto sospeso, evitando che la cessione delle medesime alla società, per scelta dell’organo amministrativo espressione del socio di comando (sia pure previa autorizzazione dell’assemblea, dunque ancora di chi sia in grado di esprimere la maggioranza), possa essere decisa per avvantaggiare solo questi e !asciarne inalterato il ruolo di controllo, pur se compiuta con le risorse finanziarie della società nel suo complesso.

Non esistendo, nelle società chiuse, il limite al possesso delle azioni proprie – a differenza che nelle società aperte, dove infatti vige la regola opposta – il principio del computo ai fini delle maggioranze deliberative diminuisce il rischio di concentrazione surrettizia del potere di voto in capo alla gruppo di comando.

Se le azioni proprie potessero votare, il voto sarebbe espresso dalla società, quindi dai suoi amministratori, quindi ancora secondo gli intendimenti della maggioranza che li ha nominati. Per questa ragione, il legislatore ha sottratto a queste azioni (temporaneamente, non trattandosi di categoria autonoma) il diritto di votare. Ma esse restano nel capitale sociale, onde valgono ai fini della regolare costituzione dell’assemblea; mentre, quale regola di migliore approssimazione ad un principio di neutralità astratta, le azioni vengono parimenti computate nel quorum deliberativo, al fine di evitare che se ne disponga l’acquisto preordinando il medesimo, appunto mediante l’eventuale regola di scomputo da detto quorum, a favorire il socio di controllo. La scelta del legislatore non appare dunque affatto irragionevole.

All’esito, si afferma il seguente principio di diritto: in forza del d.lgs. 29 novembre 2010, n. 224, che ha modificato l’art. 2357-ter, comma 2, cod. civ., nelle società che non fanno ricorso al mercato del capitale di rischio le azioni proprie sono incluse nel computo ai fini sia del quorum costitutivo, sia del quorum deliberativo.

Cosicché il ricorso è rigettato e le spese compensate.

Consulta la sentenza in esteso.

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