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Marijuana a scopo terapeutico e principio di offensività

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Marijuana a scopo terapeutico e principio di offensività

La terza Sezione penale della Corte di Cassazione ha emesso il 29 maggio la sentenza n. 23787 in tema di stupefacenti.

In data 8 settembre 2011, il personale del Commissariato di P.S. di Roma eseguiva una perquisizione presso l’abitazione di A. G., all’esito della quale veniva rinvenuta, sul terrazzo di pertinenza, una pianta di marijuana alta un metro e mezzo, mentre in uno sgabuzzino presente nello stesso terrazzino venivano trovate altre piantine di marijuana in fase di essicazione, per un quantitativo di 57,91 grammi; all’interno dell’appartamento, invece, la P.G. scopriva, in diversi punti della casa, una busta di cellophane contenente 33,90 gr. di marijuana e alcuni barattoli di vetro, dentro i quali venivano trovati altri quantitativi di droga. Nello studio, inoltre, veniva rinvenuta una somma di denaro pari a 1.230 euro.

Il quantitativo complessivo di marijuana risultava pari a 841,12 grammi, con gr. 29,53 di THC, utile al confezionamento di 1.181 dosi medie singole, mentre veniva trovato altresì un ulteriore quantitativo di grammi 7,27 di hashish, con contenuto di THC puro a grammi 00,98, da cui erano ricavabili 3-4 dosi medie. Alla stregua di tali elementi, la G. veniva tratta in arresto e la P.G. procedeva altresì al sequestro sia dello stupefacente, sia della somma di denaro.

Sin dall’interrogatorio di garanzia e poi nel corso nell’intero procedimento penale, l’imputata ha sempre negato gli addebiti, sostenendo che la droga rinvenuta nella sua abitazione era destinata esclusivamente a finalità terapeutiche.

Dopo aver premesso di essere dirigente sanitario, oltre che professoressa di medicina e psicologia, la G. ha dichiarato di soffrire dei postumi di una poliomelite che l’aveva colpita sin dall’infanzia e che le provocava crampi dolorosi, non più allievabili con i tradizionali farmaci antiinfiammatori.

Pertanto, su indicazione del suo medico curante, ella aveva iniziato la coltivazione domestica di marijuana, utilizzata a scopo terapeutico, avendo l’imputata precisato inoltre che quella trovata nella sua abitazione era il prodotto dell’unica piantina che aveva cominciato a coltivare da circa tre anni.

Così ricostruita la vicenda, i giudici di primo e secondo grado sono pervenuti alla conclusione della penale responsabilità dell’imputata, valorizzando sia il dato ponderale complessivo dello stupefacente sequestrato, ritenuto incompatibile con la destinazione esclusivamente personale e terapeutico, sia la circostanza che la droga era distribuita in vari ambienti dell’appartamento, essendo ben occultata.

Orbene, l’apparato motivazionale delle due sentenze di merito, tra loro conformi, presenta talune criticità che, in relazione alla indubbia particolarità del caso concreto, minano la coerenza dell’intero impianto argomentativo.

Premesso che all’imputata sono contestate sia la coltivazione che la detenzione a fini di spaccio della sostanza stupefacente rinvenuta nella sua abitazione, occorre premettere, iniziando dalla prima contestazione, che al riguardo la giurisprudenza di legittimità, con orientamento condiviso dal Collegio, ha più volte affermato  che, ai fini della configurabilità del reato di coltivazione di piante stupefacenti, non è sufficiente la mera coltivazione di una pianta conforme al tipo botanico vietato che, per maturazione, abbia raggiunto la soglia minima di capacità drogante, ma è altresì necessario verificare se tale attività sia concretamente idonea a ledere la salute pubblica e a favorire la circolazione della droga alimentandone il mercato, essendo stata ad esempio esclusa la sussistenza del reato per la minima estensione della coltivazione e per il “conclamato uso personale” di quanto prodotto.

Ciò posto, non può sottacersi che, nel caso di specie, la coltivazione è riferibile a una sola piantina, peraltro di dimensioni contenute, rispetto alla quale è mancata un’approfondita verifica circa le concrete potenzialità espansive, dovendosi rilevare che la maggior parte della sostanza sequestrata era quella detenuta in casa e non quella proveniente dall’unica piantina presente sul terrazzo, per cui, in sé considerata, l’attività di coltivazione è risultata abbastanza circoscritta.

Quanto all’ulteriore contestazione concernente l’illecita detenzione, riferibile a un quantitativo di droga ben più elevato, è mancato, in entrambe le sentenze di merito, un adeguato confronto con le articolate censure difensive, volte a rimarcare la destinazione all’uso personale dello stupefacente, costituendo circostanza pacifica, anche alla luce del contributo probatorio fornito dal medico curante dell’imputato, l’utilizzo per finalità terapeutiche, da parte della G., affetta da serie patologie, della droga trovata nella sua abitazione.

Ora, pur potendo coesistere la destinazione all’uso personale con la finalità di spaccio, deve tuttavia rilevarsi che, nel caso di specie, le argomentazioni dei giudici di merito volte a sostenere la tesi dell’uso non esclusivamente personale delle sostanze stupefacenti non risultano immuni da profili di incoerenza, non assumendo carattere decisivo la distribuzione della droga nei barattoli, che peraltro, al di là della natura ambigua delle scritte presenti sulle etichette che vi erano apposte, sono risultati facilmente visibili all’interno dell’abitazione.

Né il ritrovamento della non irrisoria somma di denaro trovata nello studio della G. può essere ritenuto un elemento a sostegno della tesi accusatoria, posto che è stata la stessa Corte di appello a revocare la confisca del denaro, non ravvisando un nesso di pertinenzialità tra i reati contestati e la somma in sequestro, del resto compatibile con la posizione reddituale della ricorrente.

In tale contesto probatorio, non può assumere valore dirimente neanche il mero dato ponderale, in quanto quest’ultimo, per quanto di per sé indubbiamente non trascurabile, va comunque rapportato alla peculiare condizione patologica dell’imputata, che costituisce una ineludibile chiave di lettura della vicenda.

In definitiva, con riferimento sia alla condotta di coltivazione, sia a quella di detenzione con finalità di spaccio, sono configurabili lacune argomentative che impongono l’annullamento della sentenza impugnata con riferimento alla formulazione del giudizio di colpevolezza per entrambi i reati, imponendosi un nuovo giudizio, dinanzi ad altra Sezione della Corte di appello di Roma, al fine di approfondire, da un lato, in ordine alla coltivazione, il tema posto dalla difesa dell’offensività in concreto della condotta, e, dall’altro lato, con riferimento alla detenzione illecita (su cui la sentenza impugnata si è rivelata silente, nonostante le censure sollevate), le circostanze che si assumono rivelatrici della destinazione anche a terzi della droga rinvenuta, pur a fronte del conclamato uso personale della stessa da parte dell’imputata per le accertate finalità terapeutiche.

Consulta la sentenza in esteso.

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