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Profili processuali e penali nel falso ideologico del Professore

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Profili processuali e penali nel falso ideologico del Professore

Con la sentenza n. 47241 del 21.11.2019 la quinta Sezione della Corte di Cassazione ha deciso su un caso di falso ideologico.

I soggetti ritenuti responsabili sono il preside e i docenti di un’istituto paritario d’istruzione siciliano che, in associazione tra loro e in presenza di un medesimo disegno criminoso, hanno fornito false attestazioni nella compilazione dei registri di classe, con riferimento alla presenza degli alunni ed allo svolgimento delle attività didattiche.

La sentenza ha il pregio di indagare, sotto il profilo processuale, il tema della contestazione della circostanza aggravante in dibattimento.

In particolare, si osserva che la contestazione della circostanza aggravante di cui all’art. 476, comma secondo, cod. pen., aveva formato oggetto di una contestazione suppletiva nel giudizio di primo grado, che – così come la modifica dell’imputazione di cui all’art. 516 cod. proc. pen. e la contestazione di un reato concorrente di cui all’art. 517 stesso codice – può essere effettuata dopo l’apertura del dibattimento e prima dell’espletamento dell’istruzione dibattimentale, dunque anche sulla sola base degli atti già acquisiti dal pubblico ministero nel corso delle indagini preliminari. Ciò in quanto va riconosciuto alla pubblica accusa il potere di procedere nel dibattimento alla modifica dell’imputazione o alla formulazione di nuove contestazioni senza specifici limiti temporali o di fonte, in quanto l’imputato ha facoltà di chiedere al giudice un termine per contrastare l’accusa, esercitando ogni prerogativa difensiva, come la richiesta di nuove prove o il diritto ad essere rimesso in termini per chiedere riti alternativi o l’oblazione. Con ciò riprendendo integralmente il contenuto di precedenti di legittimità.

Inoltre, con riferimento al diritto sovranazionale, la sentenza ricorda quanto affermato dalla motivazione della sentenza della Corte EDU Drassich c. Italia del 11/12/2007, “Le disposizioni dell’articolo 6 § 3 a) non impongono alcuna forma particolare per quanto riguarda il modo in cui l’imputato deve essere informato della natura e del motivo dell’accusa formulata nei suoi confronti. Esiste peraltro un legame tra i commi a) e b) dell’articolo 6 § 3, e il diritto di essere informato della natura e del motivo dell’accusa deve essere considerato alla luce del diritto per l’imputato di preparare la sua difesa (Pélissier e Sassi c. Francia già cit., §§ 52-54). Se i giudici di merito dispongono, quando tale diritto è loro riconosciuto nel diritto interno, della possibilità di riqualificare i fatti per i quali sono stati regolarmente aditi, essi devono assicurarsi che gli imputati abbiano avuto l’opportunità di esercitare i loro diritti di difesa su questo punto in maniera concreta ed effettiva. Ciò implica che essi vengano informati in tempo utile non solo del motivo dell’accusa, cioè dei fatti materiali che vengono loro attribuiti e sui quali si fonda l’accusa, ma anche, e in maniera dettagliata, della qualificazione giuridica data a tali fatti.”

Sulla materia del reato di falso in atto pubblico si riprende altresì una precedente sentenza, emessa a Sezioni Unite il 18.4.2019, n. 24906, secondo cui”In tema di reato di falso in atto pubblico, non può ritenersi legittimamente contestata, sì che non può essere ritenuta in sentenza dal giudice, la fattispecie aggravata di cui all’art. 476, comma secondo, cod. pen., qualora nel capo d’imputazione non sia esposta la natura fide facente dell’atto, o direttamente, o mediante l’impiego di formule equivalenti, ovvero attraverso l’indicazione della relativa norma.”

Detta pronuncia, come noto, si è occupata del profilo concernente l’ammissibilità o meno di una contestazione in fatto della circostanza aggravante prevista dall’art. 476, comma 2, cod. pen., ove per “contestazione in fatto” “si intende una formulazione dell’imputazione che non sia espressa nell’enunciazione letterale della fattispecie circostanziale o nell’indicazione della specifica norma di legge che la prevede, ma riporti in maniera sufficientemente chiara e precisa gli elementi di fatto che integrano la fattispecie, consentendo all’imputato di averne piena cognizione e di espletare adeguatamente la propria difesa sugli stessi.

All’esito, qualificando come avente natura di documento pubblico fidefacente il registro di classe ed il registro dei genitori, ha rigettato uno per uno i ricorsi degli imputati, condannandoli alle spese del procedimento di cassazione.

Consulta la sentenza in esteso.

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