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Reato di maltrattamento di animali nell’utilizzo di piccioni vivi come esche per la pesca

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Reato di maltrattamento di animali nell’utilizzo di piccioni vivi come esche per la pesca

La terza Sezione penale della Corte di Cassazione ha emesso il 29 aprile scorso la sentenza n. 17691 in tema di maltrattamento di animali.

La controversia arriva ai giudici di legittimità dopo la condanna in primo grado per il reato di cui all’art. 544 ter c.p. (rubricato appunto maltrattamento di animali), ascritto ai due imputati in concorso tra loro per aver utilizzato piccioni vivi gettandoli nel fiume appesi all’amo come esche per la pesca.

Si argomenta, nell’impugnazione, che nell’ambito della pesca sportiva i piccioni al pari di altri volatili sono prede naturali del pesce siluro e che pertanto, così come non è censurabile la condotta posta in essere da tutti i pescatori di infilzare all’amo vermi vivi, neppure poteva essere ritenuto penalmente rilevante il praticato utilizzo dei volatili. 

La Cassazione premette che l’art. 544 ter cod. pen., introdotto dalla I. 20.7.2004 n.189, costituisce, al pari delle altre tre disposizioni codificate dalla novella che compongono il titolo IX bis del libro secondo del codice penale, una norma profondamente innovativa rispetto al preesistente sistema, indotta dalla necessità di adeguare la disciplina penale alla mutata sensibilità sociale nei confronti del mondo animale. Nell’acquisita consapevolezza della natura di esseri viventi degli animali in grado di percepire sofferenze non soltanto di natura fisica, ma altresì di quelle che incidono sulla loro psiche essendo anch’essi passibili di tali menomazioni, il legislatore è intervenuto sull’impianto codicistico ampliando la sfera di tutela, precedentemente circoscritta all’art. 727 cod. pen. che già considerava penalmente rilevanti le condotte che quantunque non accompagnate dalla volontà d’infierire, incidono senza giustificazione sulla sensibilità dell’animale producendo dolore da parte di chi abbandona gli animali o li tiene in condizioni incompatibili con la loro natura, ai comportamenti connotati da maggiore gravità, in quanto dolosi, nei confronti degli animali a prescindere dal rapporto di detenzione da parte dell’agente e dunque in un’ottica di ben più ampio respiro di quella, di fatto, sostanzialmente limitata agli animali cd. di affezione in cui di norma si estrinseca la detenzione, costituente il presupposto applicativo della contravvenzione di cui all’art. 727. 

D’altra parte, che le due norme, seppur accomunate dall’oggetto della tutela costituito dal sentimento di pietà nei confronti degli animali promuovendo l’educazione civile dei consociati, abbiano ambiti applicativi diversi è stato già affermato da questa Corte che ha avuto modo di stigmatizzare che, mentre la fattispecie delittuosa punisce chi cagiona una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche, è caratterizzata dal solo elemento soggettivo del dolo e non anche da quello della colpa, nonché dall’ulteriore presupposto della crudeltà o della mancanza di necessità, la fattispecie contravvenzionale, invece, punisce, anche a titolo di colpa, la meno grave condotta di chi detiene animali in condizioni incompatibili con la loro natura, e produttive di gravi sofferenze, senza richiedere la crudeltà o la mancanza di necessità, né la causazione di lesioni, o la sottoposizione a sevizie, comportamenti, fatiche, lavori insopportabili.

E’ in tale contesto che si inserisce l’art. 19 ter disp. coord. cod. pen., anch’esso introdotto dalla I. 189/2004 il quale prevede che le disposizioni del titolo IX bis del libro secondo del codice penale non si applicano ai casi previsti dalle leggi speciali in materia di caccia, di pesca, di allevamento, di trasporto, di macellazione degli animali, di sperimentazione scientifica sugli stessi, di attività circense, di giardini zoologici, nonché dalle altre leggi speciali in materia di animali. La tesi posta a monte delle doglianze difensive si fonda su un’erronea lettura di tale disposizione che gli imputati considerano una sorta di zona franca volta a garantire agli esercenti le attività ivi menzionate, fra cui è compresa la pesca, di commettere impunemente i reati disciplinati dal citato titolo IX – bis, mentre, al contrario, tale disposizione altro non è se non l’esplicitazione del principio di specialità di cui all’art. 15 e della scriminante dell’esercizio di un diritto di cui all’art. 51 cod. pen.. Come osservato in dottrina, infatti, la ratio ispiratrice della norma è quella di escludere l’applicabilità delle norme penali poste a tutela degli animali con riferimento ad attività obbiettivannente lesive della loro vita o salute a condizione che siano svolte nel rispetto delle normative speciali che le disciplinano perché considerate socialmente adeguate al consesso umano. Uniformandosi a tale interpretazione la giurisprudenza ha pertanto univocamennente affermato che la scriminante trova il proprio limite applicativo nella funzionalità della condotta posta in essere rispetto agli scopi e alle ragioni posti a base della normativa speciale: dette attività, segnatamente contemplate dalla suddetta norma di coordinamento, devono essere svolte, per potere essere esentate da sanzione penale, nell’ambito della normativa speciale stessa ed ogni comportamento che esuli da tale ambito è suscettibile di essere penalmente valutato.

Ora è ben vero che nella prassi corrente i pescatori che praticano tale attività con la canna impiegano come esca vermi vivi, ma a prescindere dal rilievo che trattasi in tal caso di larve (quali si configurano, fra le più usate, i bigattini o le camole), il loro utilizzo a tal fine, non contrastante con le attitudini etologiche di tali esseri, non si presta in ogni caso a recar loro sofferenze. Del tutto diverso è l’impiego di volatili, quali sono i piccioni, legati per una zampetta all’amo e costretti a seguire il volo della lenza fino a venire ripetutamente catapultati nel fiume quale richiami per la cattura del pesce siluro che, a detta della difesa, di tali uccelli si nutre: è evidente come non solo le condizioni di cattività a cui tali animali sono stati costretti con l’imbracatura alla lenza, ma altresì l’attentato alla loro stessa sopravivenza con gli affogamenti ripetuti nell’acqua (tanto che sono state rinvenute dagli agenti di PG tra il materiale in possesso degli imputati quattro carcasse, ancora bagnate, di piccioni morti) si configuri come una vera e propria sevizia, atta a provocare agli uccelli, quand’anche sopravvissuti, gravi sofferenze, indipendentemente dalle lesioni eventualmente arrecategli. Sostenere, così come fa la difesa, che i piccioni siano prede naturali del pesce siluro, costituisce argomento che surrettiziamente elude la ratio della noma in contestazione, come se fosse la natura di preda a determinare la legittimità del suo utilizzo, ed in ultima analisi del suo “sacrificio”, per finalità assolutamente non necessarie rispetto allo scopo dell’attività amatoriale praticata che preveda la cattura del predatore: così opinando dovrebbe ritenersi legittimo l’impiego della gazzella per la caccia al leone o, restando nell’ambito dell’attività venatoria avente ad oggetto gli animali predatori nel territorio nazionale, della gallina o del cucciolo di un capriolo per la caccia alla volpe. 

Del resto, la giurisprudenza di questa Corte ha già avuto modo di rilevare, con riferimento alla disciplina sulla caccia, che costituisce ipotesi di sevizia configurante maltrattamento l’utilizzazione come richiamo per la caccia di una cesena viva, imbracata con una cordicella e costretta mediante strattoni a levarsi in volo per poi ricadere pesantemente al suolo o su un albero e che l’uso a scopo venatorio di richiami vivi con tali modalità che, se anche non vietate espressamente dalla L. n. 157 del 1992, debbono ritenersi illecite, non costituisce alcuno dei casi previsti dalla legge speciale in materia cui si riferisce l’art. 19 ter disp. coord. c.p..

Escludendo nel caso di specie l’applicazione dell’esimente dell’esercizio di diritto e confermando la condanna già disposta, la Corte rigetta il ricorso.

Consulta la sentenza in esteso.

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