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Il reato di rifiuto di atti d’ufficio del chirurgo

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Il reato di rifiuto di atti d’ufficio del chirurgo

La sesta sezione penale della Corte di Cassazione accoglie il ricorso di un medico chirurgo condannato per rifiuto di atti di ufficio di cui all’art. 328 c.p., per non aver portato a termine un’intervento in mancanza del suo secondo.

Nei primi gradi di giudizio si addebitava al chirurgo di aver posto le sue doglianze relative alla mancanza del suo secondo chirurgo davanti alle ragioni di salute del paziente da operare, così esponendolo ai rischi di un successivo intervento. Oltretutto, si trattava di un paziente che, per le sue condizioni fisiche di ipertensione, obesità e cardiopatia, necessita di indifferibilità del trattamento chirurgico.

La Corte di Cassazione, nella sentenza n. 24952 pubblicata il 4 giugno 2018, ha ritenuto diversamente.

In primo luogo, la Corte ritiene primario interesse del paziente quello di essere operato in condizioni di sicurezza. Nel caso di specie, invece, il secondo chirurgo non si è presentato all’inizio dell’intervento e, mancando la sua dovuta collaborazione, si è reso necessario evitare alla paziente una possibile emorragia. A fronte di questo, ritengono che il medico non abbia abbandonato la sala operatoria, né si sia comportato in maniera immotivata a fronte della disorganizzazione del reparto.

Per quanto attiene all’elemento della indifferibilità dell’atto, poi, la Cassazione disconosce tale ricostruzione, affermando la natura elettiva e non urgente dell’operazione, e così rimettendone il vaglio  al chirurgo. Non è deprecabile la scelta di interrompere l’operazione prima che gli effetti dell’anestesia sul paziente potessero venire meno, posto che il chirurgo non avrebbe potuto svolgere da solo l’intervento programmato.

Cadono, così, gli elementi soggettivo ed oggettivo del reato di cui all’art. 328 c.p. contestato, e la sentenza viene annullata senza rinvio perché il fatto non sussiste.

Consulta la sentenza in esteso.

 

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