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Tentata induzione indebita per il poliziotto che ricatta la barista

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Tentata induzione indebita per il poliziotto che ricatta la barista

La sentenza della Corte di Cassazione n. 37589 del 2 agosto 2018 decide sul discrimen tra il reato di induzione indebita nella forma tentata e il delitto di concussione.

Il caso in esame riguardava un poliziotto, che si rivolgeva all’esercente del bar chiedendole del denaro al fine di non elevare una contravvenzione per aver posto, senza autorizzazione,  sul marciapiede, tavolini e sedie. La commerciante fingeva di accettare il ricatto, ma maturava il pensiero di denunciare la condotta del poliziotto. Infatti, le somme venivano corrisposte brevi manu davanti ai Carabinieri in borghese e con denaro “fac simile”.

Nei primi gradi di giudizio il poliziotto veniva condannato per concussione, mentre il ricorso per Cassazione verteva sulla nuova qualificazione del reato in tentata induzione indebita, ai sensi del combinato disposto di cui agli artt. 56 e 319 quater c.p.. Il ricorso viene accolto.

Un primo motivo di accoglimento verte sul presupposto per cui il vantaggio per la negoziante ci sarebbe stato, avendo ella, nel cedere al ricatto, evitato la comminatoria di una contravvenzione più salata e realmente applicabile. Ne deriverebbe, pertanto, un vantaggio indebito, comunque inferiore rispetto al danno ingiusto minacciato.

Altro motivo di accoglimento si rinviene nella condotta del soggetto agente che, diversamente dalla concussione, pone in essere una intimidazione di carica affatto intensa. La condotta del poliziotto lasciò alla vittima la libertà di autodeterminazione se accondiscendere o meno, senza comportare alcuno stato di soggezione.

Infine, il tentativo viene ravvisato nella circostanza per cui la cessione del denaro avveniva con una vittima che già si era avvalsa delle forze dell’ordine. Pertanto, la promessa di denaro o altra utilità, che configura la consumazione del reato, nel caso di specie non poteva dirsi valida ed effettiva ma solo simulata, onde l’acquiescenza venne prestata al fine di prendere tempo e far intervenire le forze dell’ordine.

Si affermano, all’esito, principi di diritto già chiariti nei precedenti di legittimità: il delitto di induzione indebita a dare o promettere utilità di cui all’art. 319-quater cod. pen. non integra un reato bilaterale, in quanto le condotte del soggetto pubblico che induce e del privato indotto si perfezionano autonomamente ed in tempi diversi, sicchè il reato si configura in forma tentata nel caso in cui l’evento non si verifichi per la resistenza opposta dal privato alle illecite pressioni del pubblico agente. Inoltre,  il tentativo di induzione indebita prevista dagli artt. 56 e 319-quater c.p., non implica la necessità dell’ulteriore requisito costituito dal perseguimento di un indebito vantaggio da parte dei privati, là dove detto requisito, giustifica – in coerenza con i principi fondamentali del diritto penale e con i valori costituzionali in tema di colpevolezza, pretesa punitiva dello Stato, proporzione e ragionevolezza – la punibilità dell’indotto che abbia dato o promesso l’utilità al pubblico ufficiale, secondo quanto sottolineato, nella pronuncia Maldera, secondo cui esso assurge al rango di “criterio di essenza” della fattispecie induttiva. Di conseguenza, nel caso in cui il privato resista alla condotta abusiva del pubblico ufficiale e si rivolga alle forze dell’ordine prima di porre validamente in essere una delle due condotte tipiche (promessa o dazione), è integrato il tentativo di induzione indebita, a prescindere dal perseguimento/conseguimento di un ingiusto vantaggio da parte dell’indotto. 

Consulta la sentenza in esteso.

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