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Turbata libertà degli incanti e aggravante del metodo mafioso nell’ultima Cassazione Penale

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Turbata libertà degli incanti e aggravante del metodo mafioso nell’ultima Cassazione Penale

La sesta Sezione penale della Corte di Cassazione ha deciso, con la sentenza n. 38562 del 13 agosto, in materia di turbativa nelle gare ad evidenza pubblica.

Nei precedenti gradi, agli imputati era stato contestato il reato di turbata libertà degli incanti, commesso mediante accordo collusivo tra loro e diretto ad ostacolare la libera partecipazione degli altri partecipanti ad una gara ad evidenza pubblica e a pilotarne l’esito in fase di aggiudicazione. È emerso, inoltre, anche per mezzo delle intercettazioni predisposte, che le condotte erano poste in essere al fine di agevolare l’associazione mafiosa locale, una cosca cosentina.

La sentenza ripercorre quanto evidenziato in primo grado, ovvero che alcune dichiarazioni di collaboratori di giustizia, hanno affermato che in alcuni settori pubblici, quale quello boschivo, le aste erano controllate da soggetti del sodalizio mafioso, poichè costituiva settore remunerativo, sia perché il controllo delle società autorizzate alla partecipazione tramite un accordo tra le stesse a monte, impediva il rialzo dei prezzi, sia perché le società che si aggiudicavano la gara effettuavano sconfinamenti rispetto al lotto il cui taglio boschivo era stato autorizzato dal bando. 

Il principio che si afferma sul caso di specie fornisce una lettura della norma di cui all’art. 353 c.p., nel dato secondo cui il reato di turbativa illecita può essere realizzato anche nella procedura che precede l’indizione della gara, purché essa abbia idoneità ad alternarne il risultato finale, assumendo rilievo la sola lesione della libera concorrenza che la norma penale intende tutelare a garanzia degli interessi della pubblica amministrazione.

In aggiunta, la sentenza richiama l’ormai consolidato orientamento secondo cui la circostanza aggravante prevista dall’art. 7 d.l. 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni, dalla l. 12 luglio 1991, n. 203, sotto il profilo del cd. metodo mafioso presenta carattere oggettivo, derivando dalle modalità di realizzazione dell’azione criminosa, ed opera nei confronti di tutti i concorrenti, con conseguente applicazione dell’art. 59, comma secondo, c.p. secondo il quale le aggravanti si valutano a carico dell’agente solo se da lui conosciute ovvero ignorate per colpa o ritenute inesistenti per errore dovuto a colpa.

A livello processuale, infine, la Corte coglie l’occasione per ribadire un pacifico principio di diritto, quello secondo cui, in tema di impugnazione delle misure cautelari personali, il ricorso per cassazione è ammissibile soltanto se denuncia la violazione di specifiche norme di legge, ovvero la manifesta illogicità della motivazione del provvedimento secondo i canoni della logica ed i principi di diritto, ma non anche quando propone censure che riguardino la ricostruzione dei fatti ovvero si risolvano in una diversa valutazione delle circostanze esaminate dal giudice di merito.

All’esito, la Corte di Cassazione rigetta il ricorso in quanto infondato.

Consulta la sentenza in esteso.

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